Economia

Damiano: sicuri che il governo stia con i più deboli?

È arrivato, dal primo aprile scorso, il taglio alla indicizzazione delle pensioni medio-basse, quelle oltre le tre volte il minimo. Ricorderete che uno degli argomenti sui quali, tra i temi sociali, ha maggiormente insistito la propaganda del Movimento 5 Stelle durante la campagna elettorale per le elezioni politiche dello scorso anno era, invece, il taglio delle cosiddette ‘pensioni d’oro’.
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di Cesare Damiano

Realizzato, dopo una clamorosa marcia indietro sul ricalcolo retroattivo dei contributi, attraverso un più mite e collaudato ‘contributo di solidarietà’. Vediamo in che modo si è mosso il governo.
Come è noto, nella legge di Bilancio 2018 è stato deciso di non riadottare il modello di indicizzazione originario, quello della legge 388 del 2000, più favorevole. Si tratta del cosiddetto sistema a ‘scaglioni’ (il 100% dell’indicizzazione fino a 3 volte il minimo, il 90% oltre 3 e fino a 5, il 75% oltre le 5 volte). Invece il governo ha deciso di continuare sulla strada del taglio già adottata dai precedenti governi, a partire dal 2012.

Il modello a ‘scaglioni’ (che funziona come l’Irpef) è stato sostituito dal sistema a ‘fasce’, che prevede l’applicazione delle diverse percentuali sull’intero importo della pensione. Di conseguenza, dal primo gennaio 2019 le pensioni di importo superiore a 1.522 euro lordi mensili (tre volte il minimo) saranno soggette ad un ridimensionamento della perequazione automatica attesa. Cinque milioni di persone vedranno aumentare meno del previsto il proprio assegno previdenziale proprio a seguito della scelta del mantenimento del precedente sistema a ‘fasce’, pur se leggermente migliorato nelle percentuali. Come detto, il taglio dell’indicizzazione riguarda le pensioni oltre un importo di 1.522 euro lordi (fino a quella cifra, tre volte il minimo, il recupero dell’indicizzazione è al 100%, come è sempre avvenuto nel passato).
Per fare due conti, 1.522 euro lordi mensili di pensione equivalgono a circa 1.200 euro netti. Non proprio un importo da nababbi. Si tratta della pensione di un operaio di qualifica medio-bassa, per capirci.

Dunque, è da qui, dal taglio dei trattamenti dei comuni lavoratori, che partirebbe una maggiore equità nel sistema pensionistico? Difficile crederlo. Il governo minimizza il taglio, “pochi euro”, ma dimentica volutamente di dire che il risparmio che si realizzerà nei prossimi tre anni sarà di circa tre miliardi e seicento milioni di euro, che servono per finanziare in parte Quota 100 e Reddito di cittadinanza, e che verranno sottratti ai pensionati. Quando ero ministro del Lavoro ho deciso di andare nella medesima direzione annunciata dai 5 Stelle, il taglio alle pensioni più alte, ma con scelte totalmente diverse. Ho previsto, infatti, un blocco dell’indicizzazione delle pensioni più alte, superiori alle 8 volte il minimo, circa 4.000 euro lordi mensili, migliorando contemporaneamente l’indicizzazione di quelle più basse e istituendo la quattordicesima per i pensionati più poveri, quelli fino a 750 euro mensili. Questo è, invece, un taglio su pensioni medio-basse operato da un governo alla ricerca di risorse.

Quello che è più grave è che il governo ha disatteso l’accordo stipulato da Cgil, Cisl e Uil con il governo Renzi, del 28 settembre 2016, che ripristinava da gennaio di quest’anno una corretta indicizzazione. Riportiamo il testo: “Il governo si impegna sin d’ora, dopo il termine previsto dell’attuale meccanismo di rivalutazione dei trattamenti pensionistici per ‘fasce di importo’, a introdurre un sistema di perequazione basato sugli ‘scaglioni di importo’, confermando a partire dal 2019 il ritorno al meccanismo già previsto dalla legge 388/2000.
Si impegna inoltre a valutare la possibilità di utilizzare un diverso indice per la rivalutazione delle pensioni, maggiormente rappresentativo della struttura dei consumi dei pensionati, e a valutare la possibilità di recuperare parte della mancata indicizzazione ai fini della rivalutazione una tantum del montante nel 2019”. Una previsione nettamente migliorativa che è stata disattesa dall’attuale governo. Quello che abbiamo descritto è, però, soltanto un aspetto del problema. Sui temi sociali il governo va sfidato e bisogna metterne in luce le contraddizioni.

Di Maio predica il lavoro stabile e assume i ‘navigator’ in modo precario; Salvini sventola la bandiera di Quota 100 ed esclude i lavoratori dell’edilizia dall’anticipo pensionistico; si annuncia la fine della povertà mentre si taglia, come abbiamo ricordato prima, l’indicizzazione delle pensioni degli operai; si innalza il vessillo, ambiguo e pericoloso, del salario minimo e si riapre la strada agli appalti al massimo ribasso che portano al lavoro nero; si sbandiera l’equità e si propone la Flat tax che avvantaggia i più ricchi. Su questi temi bisogna riaprire la battaglia per la qualità e per la dignità del lavoro.

Sul salario minimo il tema coinvolge argomenti di fondo: gli articoli 36 e 39 della Costituzione, la rappresentatività delle parti sociali, il valore erga omnes della contrattazione e la lotta al dumping salariale. Per fare una proposta bisogna saper distinguere tra salario minimo ‘tabellare’ (definito trattamento economico minimo, Tem, dal protocollo di Cgil, Cisl, Uil e Confindustria del 9 marzo del 2018) e ‘complessivo’ (è la paga globale di fatto?).

Ha senso il salario legale se, per questa via, si dà forza alla contrattazione e non se si favorisce un suo indebolimento. La mia proposta è quella di dare valore legale ai minimi tabellari dei contratti collettivi nazionali di lavoro (Tem) stipulati da organizzazioni che siano rappresentative. Ogni categoria ha la sua retribuzione, che non può essere sostituita da una misura uguale per tutti, gli ormai famosi 9 euro all’ora, lordi o netti, delle attuali proposte dei 5 Stelle e del Pd.

I quali importi, se si riferiscono alle sole tabelle dei minimi, sono troppo alti. Se si riferiscono alla paga globale di fatto, sono troppo bassi.
Sarebbe meglio fermarsi un momento a riflettere al fine di non trattare in modo sbrigativo una materia complessa e compromettere così il ruolo della contrattazione.

Informazioni sull'autore

Alessio Garofoli

Nasco a Roma nell'anno in cui esplode la lotta armata. Come giornalista professionista e comunicatore mi sono sempre occupato di politica e affini.

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