Politica

Damiano: Renzi vuol portarsi via la palla

Ha ritirato la propria candidatura per tornare con Nicola Zingaretti. E ora l’ex ministro Cesare Damiano vede in discesa la strada che dovrebbe condurre il governatore del Lazio a vincere le primarie del Pd.
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Ma come è arrivato a questa scelta? “L’ho fatto per senso di responsabilità, ma soprattutto per l’unità del partito. Il mio il mio sostegno a Zingaretti ha l’obiettivo di fare in modo che si superi il 50% più 1 alle primarie, perché sia il popolo a scegliere il segretario e non gli accordi tra correnti. Secondo una rilevazione di Agorà di tre giorni fa per la prima volta Zingaretti supera il 50%: vuol dire che unire le forze fa bene”.

C’è anche una questione programmatica. Zingaretti è il più di sinistra del mazzo.

“Sì, con il mio programma di sinistra presentato il 6 ottobre sento Zingaretti come il candidato più vicino alla mia impostazione. Come LaburistiDem ci batteremo non solo per consolidare questo partito, ma per ricostruirlo dalle fondamenta e per evitare nuove scissioni, nuove lacerazioni che non danneggerebbero soltanto il Pd, ma l’intera sinistra italiana”.

Secondo lei perché Minniti si è ritirato?

“Perché per quello che ho capito, non ha percepito un sostegno convinto da parte di Renzi”.

Il quale se ne andrà?

“Non lo so, ma sicuramente non fa nulla per smentirlo. Il suo atteggiamento – c’è un congresso in corso al quale sembra totalmente disinteressato – oltre al lancio dei comitati civici che andrebbero oltre il Pd, lascia intendere che stia lavorando a qualcos’altro. Però non voglio fare il processo alle intenzioni. Ma il suo mi sembra un atteggiamento francamente un po’ infantile: quando eravamo ragazzini se perdevamo la partita cambiavamo il campo di calcio, andavamo a giocare nella parrocchia vicina. Ma adesso siamo adulti”.

Sembra vicina l’intesa tra governo e Ue sulla manovra. Che ne pensa?

“In questi mesi abbiamo assistito a una pantomima surreale. L’idea che mi sono fatto esaminando quanto accaduto da studioso dei bilanci, e delle questioni, è che il governo gialloverde abbia lavorato principalmente ad una legge di Bilancio da campagna elettorale. Siamo partiti con un assalto all’arma bianca all’Europa e adesso siamo di fronte a un cedimento alle richieste della Commissione europea. Perché è evidente che le frasi bellicose di Salvini e Di Maio hanno dovuto lasciare il campo ad un atteggiamento molto più ragionevole di Conte, che ha cercato una mediazione. Ma vorrei chiarire un punto: a me questa Europa del rigore non piace, sono keynesiano e voglio gli investimenti. Non mi interessa il 2,4% o il 2,04% di deficit. Mi va bene anche il 2,9%, ma la composizione deve essere 20 spesa corrente e 80 investimenti per lo sviluppo, qui fanno il contrario. Un conto è forzare la mano, ed è giusto, per cambiare in corsa le regole a vantaggio di un’Europa sociale che crede negli investimenti e nell’occupazione, un altro conto è andare a sbattere a tutta velocità contro un muro per poi essere costretti ad andare all’ospedale: noi correvamo o forse corriamo ancora il rischio di una procedura d’infrazione che ci avrebbe portarti dritti e in recessione alla greca. Da tutto questo una prima lezione che si ricava è che i fondamentali sui quali si è costruita la legge di bilancio non ci sono più: il 1,5% di crescita ipotizzato da questo governo è smentito dai dati dell’Istat e da Bankitalia. Anche perché siamo in un rallentamento generale dell’economia europea. Nel momento in cui l’1,5% non ci sarà vuol dire che avremo meno risorse da distribuire: se il 2,4 di deficit è diventato 2,04, può darsi che l’1,5 diventi 1,05%. Come farà il governo di fronte a questa riscrittura europea della manovra, mentre sta tenendo in ostaggio il Parlamento, a mantenere le promesse? Un conto è una conferenza stampa, un altro una legge di Bilancio”.

Già. Come crede che farà su reddito di cittadinanza e quota 100?

“Sono ansioso di vederlo. Ma sulla prima misura osservo che i centri per l’impiego in Italia avranno 8mila impiegati che seguiranno 4 milioni di persone. Oltre al lavoro abituale, dunque, ogni impiegato dovrà occuparsi di 500 persone. È chiaro che non funzioneranno. In Germania nei centri per l’impiego lavorano 130mila impiegati. Sulla seconda, dove sono le risorse? La quota l’ho inventata io nel 2007, ma la mia era a 95. Era una quota vera, si andava in pensione con 60 anni di età e 35 di contributi, o con 58 anni di età e 37 di contributi. Ma nella scorsa legislatura non me l’han fatta rifare, portandola a 100 perché costava troppo. Forse a Di Maio la Ragioneria farà lo sconto”.

Informazioni sull'autore

Alessio Garofoli

Nasco a Roma nell'anno in cui esplode la lotta armata. Come giornalista professionista e comunicatore mi sono sempre occupato di politica e affini.

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