Politica

Damiano: Renzi deciso ad andare coi lib-dem?

Cesare Damiano, già ministro del Lavoro
Intervento sul Nuovo Corriere Nazionale L'ex ministro e deputato del Pd, capofila del Movimento LaburistiDem. Matteo firma il manifesto antisovranista di En Marche . Intanto dalla Consulta arriva l’assist contro il Job act .
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di Cesare Damiano*

 

Sono ore complicate e piene di eventi, forieri, in vario modo, di conseguenze. Vorrei metterne in evidenza tre. Di immediata attualità il primo. Giovedì sera il governo gialloverde ha licenziato il testo dell’aggiornamento del Documento di programmazione economica Finanziaria (Def) che disegna le linee su cui sarà costruita la legge di Bilancio 2019. Come noto, il rapporto deficit/Pil è stato, infine, fissato al 2,4%. La ‘trincea’ tracciata nei giorni scorsi dal ministro dell’Economia, Giovanni Tria, all‘1,6%, è stata travolta dalla carica dei vice premier Di Maio e Salvini.

 

È doveroso osservare che l’orizzonte della politica si fa, in quest’epoca, sempre più breve, privo di visione.

 

Oggi, non solo in Italia, quell’orizzonte è rappresentato dalle elezioni europee del 2019. Si deve non solo progettare, ma creare lo scenario su cui si baserà la ‘narrazione’ elettorale.

Sul Corriere di venerdì mattina un osservatore attento come Federico Fubini ci mostra come, in qualche modo, Macron e i gialloverdi ragionino più o meno allo stesso modo, ma partendo da fondamentali assai diversi. L’osservazione è corroborata dalle dichiarazioni dei giorni scorsi di Di Maio che puntavano il dito sul fatto che la Francia porterà quel rapporto al 2,8%. E allora, lamenta Di Maio, perché loro sì e noi no? Ebbene, il 2,8% di Macron è fondato sul rimborso di un credito di imposta, molto popolare in termini elettorali, che è, però, una ‘una tantum’. Passato quello, il deficit francese scenderà sotto il 2% in un Paese che ha un debito pubblico molto inferiore a quello italiano, una crescita più robusta e tassi di interesse più bassi. E qui viene la parte peggiore: perché l’aumento di spesa previsto dai gialloverdi non punta alla crescita e agli investimenti, come viene impropriamente detto dal governo, ma prevalentemente a sussidi e a un’aumento della spesa pensionistica il cui impianto ‘riformatore’ è tutto da verificare nella realtà.

 

Esiste perciò, nella mente dei gialloverdi, un calcolo da partita a poker: Bruxelles, a occhio e croce, approverà la manovra francese e boccerà la loro.

 

Così, si potranno presentare agli elettori lamentando la protervia dei ‘burocrati di Bruxelles’ e sfoderando tutto l’armamentario della paranoia sovranista e antieuropea. Il Def è, insomma, il lancio della campagna elettorale. L’esibizione sul balcone di palazzo Chigi di ieri sera ne è il cupo segnale simbolico. Poco importano le conseguenze che avrà per il debito che sarà caricato sulle spalle di ogni cittadino italiano per lunghi anni a venire.

Adesso, il nostro compito è quello di vigilare sull’utilizzo di queste risorse, di denunciare le contraddizioni che già si intravedono nelle proposte circolate in questi giorni e di avanzare proposte alternative per la difesa effettiva dei più deboli. Secondo punto. C’è stata un’importantissima sentenza della Corte costituzionale. La Consulta ha bocciato un principio fondamentale del Jobs Act: è stato dichiarato incostituzionale il provvedimento che legava, per i licenziamenti illegittimi, l’entità del risarcimento all’anzianità di servizio. La Consulta consegna invece, al giudice del lavoro, la facoltà di fissare il risarcimento nell’ambito dei parametri stabiliti dalla legge. Un gruppo di parlamentari del Pd, si è battuto nella scorsa legislatura per migliorare le normative sui licenziamenti illegittimi presentando una apposita proposta di legge che interveniva anche sul tema della ‘reintegra’. La necessità di una riforma del Jobs Act, che chiediamo da tempo, è resa evidente anche da questa sentenza. Terzo punto. Matteo Renzi ha firmato, con altri politici europei, un manifesto per creare un fronte antisovranista, in direzione delle elezioni europee, che si contrapponga a quello sovranista dei Bannon, Salvini, Orbán. Vorrei fare due osservazioni.

 

Il manifesto è stato siglato da politici come Christophe Castaner, presidente di En Marche, Guy Verhofstadt, presidente del Gruppo liberal-democratico al Parlamento Europeo e altri ancora.

 

L’orizzonte di tale iniziativa è, dunque, quello della liberal-democrazia. È una scelta legittima. Ma tra i firmatari non c’è nessun appartenente al Partito socialista europeo di cui fa parte il nostro Partito democratico. Renzi, dunque, sembra spostare in quel campo la propria collocazione. Ripeto: è una scelta legittima a livello personale. Ma non può essere quella di un Partito che si colloca nel campo del socialismo riformista. La seconda osservazione che vorrei fare è che collocarsi ‘contro’ non presenta una visione alternativa.

Non spiega perché gli elettori europei dovrebbero tornare a scegliere le forze di progresso invece di quelle reazionarie che promettono sovranità e protezione. È una proposta debole.

 

*Già ministro e deputato del Pd, capofila del movimento Laburisti Dem

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