Politica

Damiano: l’art.18 non scaccia le imprese, Ilva docet

Si sta preparando al congresso con le idee chiare. Antirenziano come ormai nel Pd sono in molti, ma lontanissimo dai toni acidi e dalle zuffe via social che pure contraddistinguono spesso il dibattito al Nazareno, Cesare Damiano ha una lunga storia politico-sindacale che inizia negli anni ‘70, nella Fiom-Cgil della Torino operaia.
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Se dunque, come molti pensano, per non essere svuotati dal voto ‘populista’ i dem devono rinascere recuperando qualcosa che è stato indebitamente lasciato indietro, cioè tornare alla sinistra com’era non solo prima di twitter, ma anche prima di Bill Clinton, Tony Blair e del cosiddetto Ulivo mondiale, l’ex ministro del Lavoro si candida a essere tra i protagonisti del Pd che verrà. E naturalmente, non può non essere soddisfatto del buon esito della vertenza Ilva. “A mio avviso si è conclusa positivamente, dopo aver rischiato di deragliare a causa dei tentennamenti di Di Maio circa la legittimità della gara, che per fortuna sono stati archiviati”, osserva. “Tira e molla dovuto, come abbiamo visto in queste ore, alla forte avversione di una parte consistente degli elettori del M5s alla continuità produttiva dello stabilimento”.

Fatto sta che Di Maio rivendica un risultato migliore rispetto a quello di Calenda.

“In realtà ha completato un’opera ben iniziata da Calenda, che ha individuato il giusto compratore e quella che poi è stata la soluzione della vicenda. L’accordo è in parte diverso, ma è importante a mio avviso per alcuni motivi: garantisce il riassorbimento totale, a Taranto e a Genova, di tutti i lavoratori entro il 2023, anche se inizialmente parte con un numero di assunzioni più basse, e aumenta la dotazione di risorse per gli esodi volontari con 250 milioni di euro. Definisce un programma di risanamento con la copertura dei siti inquinanti, anche se solo il 50% entro il 2019. Ma soprattutto mantiene, come chiedevano i sindacati, il salario e i diritti dei lavoratori. Un buon risultato, ottenuto soprattutto grazie all’unità del sindacato e alla lotta dei lavoratori, che hanno portato Di Maio sulla buona strada”.

Non c’è il rischio che il ministro dello Sviluppo vi soffi anche i sindacati?

“Dal punto di vista del Pd, al di là del fatto che la vertenza fosse stata impostata da Calenda, occorre realisticamente considerare, lo stiamo constatando, che i lavoratori apprezzano l’operato del ministro del Lavoro”.

Perché secondo lei?

“Perché si è conclusa una vertenza difficile e perché, non nel caso specifico dell’Ilva, i lavoratori si sono sentiti negli anni abbandonati dalla sinistra. Un altro punto su cui dobbiamo meditare è che nell’accordo si mantiene l’articolo 18: il che smonta il mito, che ha resistito a lungo, circa il fatto che le multinazionali non verrebbero in Italia perché i lavoratori sono troppo tutelati in caso di licenziamento. Questo dovrebbe indurci a rivedere le regole previste dal Jobs act sull’argomento”.

Il che ci porta alla vera questione che aleggia sul Pd. Per rinascere deve seppellire quanto fatto dai suoi ultimi governi, Renzi in primis?

“Io porrei il problema di una disamina politica e culturale più di fondo. Qui non si tratta di attribuire ai governi di centrosinistra, in particolare a quello di Renzi, la responsabilità di tutti i mali. Il declino della sinistra, a livello internazionale, parte da un tempo nel quale Renzi aveva i calzoncini corti: dalla fine degli anni ‘70. Ed è riassunta dalla crescita delle dimensioni della diseguaglianza, evidenziata dagli scritti di Stiglitz. In tempi più recenti poi, quelli della fondazione del Pd, anche noi abbiamo sposato acriticamente la teoria dell’innovazione e della flessibilità del mondo del lavoro, puntando non alla modernità ma a un modernismo che ha lasciato per strada, con i diritti, anche le nostre radici”.

Il cambio di rotta dei democratici per lei vuol dire, nel concreto?

“Reintrodurre la reintegra per i licenziamenti illegittimi cancellata dal Jobs Act, ripristinare la tassa sulla prima casa per i più ricchi, abbassare il tetto del contante, dire sì al superamento della legge Fornero sull pensioni, sfidando il governo su quota 100 che, nella versione del governo stesso, peggiora la situazione”.

Andrà alla manifestazione del 30 ‘Per l’Italia che non ha paura?’

“Ci mancherebbe il contrario. Penso che dobbiamo contestare questa deriva populista e demagogica su immigrazione e sicurezza. Anche se sulla sicurezza dobbiamo coniugare, come dice il Papa, accoglienza e rispetto delle leggi perché la legge è uguale per tutti. Il che vuol dire perseguire anche la certezza della pena e, se necessario, un inasprimento delle pene per i reati che colpiscono le persone più deboli”.

Approccio minnitiano.

“Io stavo senza se e senza ma con Minniti”.

Quindi che tipo di Pd vorrebbe?

“Un partito laburista, antiliberista, keynesiano, non leggero, ma radicato e solido, che usa il web ma non lo idolatra, perché non confonde il fine con il mezzo”.

Informazioni sull'autore

Alessio Garofoli

Nasco a Roma nell'anno in cui esplode la lotta armata. Come giornalista professionista e comunicatore mi sono sempre occupato di politica e affini.

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