Politica

Damiano: impossibile tornare all’art.18

“Tra il dire e il fare c’è di mezzo il mare, come diceva il saggio”. Ieri il decreto Dignità è stato approvato alla Camera. Ora dovrà pronunciarsi il Senato, ma intanto ha fatto scalpore la scelta della maggioranza, quindi anche del M5s che ha sempre cavalcato la questione, di bocciare l’emendamento di Leu che puntava a reintrodurre l’articolo 18.
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E il Pd Cesare Damiano, già ministro del Lavoro e leader dei Laburisti Dem, sottolinea sornione quella che a suo avviso è una incongruenza. “E’ evidente che il voto contrario del M5s a quell’emendamento rappresenta una delle tante contraddizioni del Movimento”, dice.

Ma aldilà delle schermaglie politiche, tornare all’articolo 18 si può?

“L’articolo 18 l’ho difeso per 45 anni, dal 1970 al 2015. Poi mi sono reso conto che quella tutela, già modificata dalla legge Fornero sul lavoro del 2012, che ne aveva indebolito la struttura, non era più in grado di proteggere i lavoratori, per il semplice fatto che su 100 nuove assunzioni oltre 80 avvenivano attraverso forme di lavoro precario. Quindi la cittadella era selvaggiamente aggirata dalle nuove possibilità di assunzione flessibile e precaria concesse dal mercato del lavoro. Una riforma era necessaria, anche se, aggiungo, il Jobs Act nella sua formulazione originaria è andato troppo oltre, rendendo i licenziamenti troppo facili e poco costosi”.

E cosa sarebbe necessario fare allora?

“Ritengo che dovremmo uscire dagli opposti estremismi. Che il ministro Di Maio sostenga che il decreto Dignità è la ‘Waterloo del precariato’ non sta né in cielo né in terra, è insensato. Ma noi del Pd non dobbiamo essere speculari a Di Maio sostenendo che si tratta invece del ‘decreto disoccupazione’. Dovremmo invece impegnarci per un superamento graduale delle logiche che hanno ispirato il Jobs Act, come peraltro il governo Gentiloni già aveva iniziato a fare”.

A cosa si riferisce in particolare?

“Per esempio agli incentivi spot, a tempo, previsti dal governo Renzi, che Gentiloni ha trasformato, nell’ultima legge di bilancio, in incentivi strutturali che varranno per sempre per i nuovi assunti, con uno sconto triennale sul costo del lavoro”.

Ci sono vari aspetti del decreto dignità che però a lei piacciono.

“Faccio notare che, al di là della propaganda, l’attuale governo ha proseguito sul sentiero di Gentiloni, per esempio permettendo l’assunzione non solo degli over 30, ma anche degli over 35, che usufruiranno dello sconto sul cuneo fiscale fino a tutto il 2020. E’ la strada giusta perché, se si vuole combattere la precarietà, la via maestra è quella di rendere più conveniente il lavoro a tempo indeterminato, e incentivando la trasformazione di quello a tempo determinato. Il secondo punto innovativo è l’aumento delle mensilità di risarcimento in caso di licenziamento illegittimo, che da un minimo di 4 a un massimo di 24, come previsto dal Jobs Act, sono state innalzate a 6 e 36. Io avevo presentato un emendamento, l’anno scorso, che diceva la stessa cosa fatta ora da Di Maio, che mi ha copiato. Ma all’epoca il mio governo quella modifica, approvata dalla commissione Lavoro della Camera non l’ha recepita. Gentiloni in realtà non era contrario, ma lo era Renzi”.

Quindi Di Maio si muove sulla scia di Gentiloni?

“E’ innegabile che sull’incentivo alle assunzioni a tempo indeterminato abbia fatto copia-incolla della normativa Gentiloni, e siamo stati noi a costringere l’esecutivo ad affrontare il vero nodo antiprecarietà: far costare meno il lavoro stabile e di qualità. E’ una nostra battaglia storica. Inoltre sempre grazie a noi è saltato l’inasprimento dei contributi per colf e badanti a carico delle famiglie. E ancora siamo stati noi a far introdurre l’aumento delle mensilità di risarcimento non solo in caso di licenziamento illegittimo, come aveva previsto il governo, ma anche in sede di conciliazione”.

Agli imprenditori però il decreto non piace.

“Sicuramente contiene delle contraddizioni. Si pensi alle causali, alle quali non sono contrario: ritengo però che sarebbe necessario riservare la nuova normativa ai contratti a termine stipulati a partire dalla data di conversione del decreto in legge, lasciando i contratti in essere con la vecchia normativa. In ogni caso sarebbe stato preferibile rimandare il tema alla contrattazione. E’ invece del tutto negativo che si sia di nuovo intervenuti sui voucher per iniziativa della Lega: l’allungamento del tempo di comunicazione all’Inps da 3 a 10 giorni genererà potenzialmente lavoro nero, cosa che è in contrasto con un Dl che si è voluto chiamare Dignità”.

Ultimamente si è molto parlato di rider. Ora Foodora annuncia che lascerà l’Italia.

“Se queste multinazionali applicano regole severe in Germania ma pensano di fare quel che vogliono qui, sarebbe il caso di ricordare loro che l’Italia non è il far west”.

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Informazioni sull'autore

Alessio Garofoli

Nasco a Roma nell'anno in cui esplode la lotta armata. Come giornalista professionista e comunicatore mi sono sempre occupato di politica e affini.

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