Politica

Damiano: giù le mani dagli 80 euro

Si avvicina il momento di varare la manovra. Con la necessità di onorare un programma molto costoso, il ministro Tria cerca coperture. Tra le ipotesi è spuntata quella di cancellare il bonus degli 80 euro, vanto del governo Renzi.
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Ma su questo il Pd Cesare Damiano, pur non essendo tenero con l’ex premier, non concorda.
“Ho sempre difeso gli 80 euro. In primo luogo perché si è trattato di una misura che è andata a vantaggio del ceto medio-basso”, spiega Damiano. “Quindi ha risarcito quella parte di lavoro dipendente più colpita dalla crisi, e dalla difficoltà di rinnovare i contratti, in particolare pubblici, ma anche privati. Quella misura ha restituito potere d’acquisto e, com’è stato dimostrato, ha anche aiutato la ripresa dei consumi. In secondo luogo, l’ho sostenuta perché non è stata una misura spot, ma strutturale. Se si dovesse togliere quel beneficio a 10 milioni di lavoratori, a mio avviso si commetterebbe un grave errore. Ma mi pare che il governo abbia recisamente smentito l’ipotesi”.

Ma da qualche parte i soldi andranno pur reperiti.

“E qui casca l’asino. A parole siamo tutti capaci, quando si passa ai fatti è più difficile. Penso che tutti coloro che hanno votato gli attuali partiti di governo credendo alle loro promesse dovranno ricredersi, quando faranno i conti con i limiti di bilancio con i quali anche noi abbiamo dovuto fare i conti nella passata legislatura”.

Il piatto piange sempre per chi governa.

“Ricordo, ma lo dico benevolmente, le critiche che ho ricevuto perché non siamo andati oltre certi risultati sulle pensioni: ma è pur vero che a vantaggio dei lavoratori che aspettavano di andare in pensione, con le otto salvaguardie e con l’Ape sociale, anche se non era la misura universale che avremmo sognato, abbiamo restituito ai pensionati 20 miliardi di euro in una legislatura. Spero che una cifra così importante, anche se non risolutiva, sia impiegata sulle pensioni anche dall’attuale governo. Ma al momento i conti non tornano”.

Ma la Lega ha sempre detto di voler cancellare la Fornero, eppure persino Giorgetti ha dovuto ammettere che non si può.

“Come succede molte volte in politica, la parola cancellazione è stata sostituita da una più tenera: superamento che, come si dice in gergo, allunga il brodo. Quindi la legge Fornero sarà ulteriormente corretta ma non cancellata. L’abbiamo già corretta noi, e spero che si continui. A mio avviso il governo sceglierà la strada di non smentire le promesse elettorali, ma di edulcorarle”.

E si parla di quota 100. Che ne pensa?

“Quota 100 vuol dire tutto e niente. Se parte dai 64 anni di età come requisito anagrafico di base c’è una selezione molto forte della platea, e soprattutto 64 è peggio dei 63 della tanto vituperata Ape sociale e volontaria. Se poi l’Ape sociale, che scade a fine anno, il governo non intendesse rinnovarla, si creerebbe un grande danno per i lavoratori delle 15 cosiddette categorie disagiate, e sarebbe un passo indietro. Inoltre si narra che questa quota 100 prevederebbe per chi la utilizza, per risparmiare, un ricalcolo contributivo dell’assegno a partire dal primo gennaio ‘96: sono passati 22 anni da allora, più della metà del totale dei contributi di una vita lavorativa, e il taglio della pensione sarebbe corposo. A fare riforme così son capaci tutti. L’avessimo proposto noi ci avrebbero rincorso col forcone”.

Intanto il Dl dignità è legge. Ancora poco per chi, come lei, vorrebbe superare il Jobs Act.

“A differenza di altre opinioni che ci sono nel Pd, penso sia stato positivo alzare le mensilità di risarcimento per il lavoratore licenziato in modo illegittimo. Per me ci vorrebbe un altro passo avanti: stabilire una proporzionalità tra motivazione del licenziamento e risarcimento, che dovrebbe tornare a discrezione del giudice”.

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Informazioni sull'autore

Alessio Garofoli

Nasco a Roma nell'anno in cui esplode la lotta armata. Come giornalista professionista e comunicatore mi sono sempre occupato di politica e affini.

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