Economia

Damiano: bene il salario minimo, ma non per chi ce l’ha già

Dopo Quota 100 e Reddito di cittadinanza, è venuto il momento del salario minimo che ha cominciato il suo iter legislativo al Senato. Anche su questo punto c’è parecchia confusione. Quando si parla di salario - minimo e non - si deve tener conto delle prassi che vigono nei diversi Paesi.
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di Cesare Damiano*

In poche parole, il salario minimo di legge può avere una funzione specifica dove non esiste una contrattazione collettiva codificata a livello nazionale.

In Italia la definizione dei minimi salariali ha una base di riferimento nella Costituzione. L’art. 36 della Carta afferma, infatti, che “il lavoratore ha diritto ad una retribuzione proporzionata alla quantità e qualità del suo lavoro e in ogni caso sufficiente ad assicurare a sé e alla famiglia un’esistenza libera e dignitosa. La durata massima della giornata lavorativa è stabilita dalla legge. Il lavoratore ha diritto al riposo settimanale e a ferie annuali retribuite, e non può rinunziarvi”. Ma è l’art. 39, nel suo ultimo capoverso, a stabilire che è la contrattazione collettiva il luogo della definizione dei rapporti di lavoro: “I sindacati registrati hanno personalità giuridica. Possono, rappresentati unitariamente in proporzione dei loro iscritti, stipulare contratti collettivi di lavoro con efficacia obbligatoria per tutti gli appartenenti alle categorie alle quali il contratto si riferisce”. Dunque, è la contrattazione tra le parti – che siano dotate di effettiva rappresentatività – il luogo in cui vengono definiti i vari aspetti dei rapporti di lavoro. E tra questi, i cosiddetti minimi tabellari che stabiliscono – contratto per contratto, qualifica per qualifica – le retribuzioni minime.

Ovvero, retribuzioni sotto le quali non si può comunque andare, ma che possono essere incrementate dalla contrattazione individuale o da quella collettiva esercitata a livello territoriale, aziendale o di gruppo.

Dunque, la contrattazione collettiva, a partire dal livello nazionale, ha permesso alle parti di stabilire, oltre a tanti altri aspetti del rapporto di lavoro, livelli salariali aderenti alla realtà delle singole categorie, fatto questo di enorme importanza. Perciò, definire per legge un livello salariale minimo a carattere universale anche per chi ha già un contratto di lavoro – ancor più di fronte alla complessità del mondo della produzione odierno – suona, prima di tutto, come un obiettivo sbagliato, velleitario ed astratto dalla realtà.
Questa proposta si presenta, peraltro, in uno scenario di relazioni sindacali che mostra segni di rinnovamento importanti.
Mi riferisco all’accordo interconfederale del 9 marzo 2018 tra Confindustria e Cgil, Cisl, Uil, noto come ‘Patto della fabbrica’, che introduce alcune novità proprio in materia di misurazione della rappresentatività. E allora, perché si dovrebbe realizzare un intervento legislativo in materia di salario minimo? Stiamo parlando di un argomento delicato che ha comunque bisogno di un confronto preventivo tra governo, Parlamento e parti sociali per evitare, appunto, interferenze indebite nella contrattazione collettiva. Se obiettivo è quello di sconfiggere il dumping salariale, esso si realizza anche attraverso il lavoro di censimento e di comparazione che il Cnel sta conducendo tra i vari contratti stipulati per i singoli settori merceologici, al fine di fissare uno standard salariale rappresentativo ed inderogabile.

Chi non lo rispetta deve essere escluso dal sistema di contrattazione. Ha senso, in questa logica, prevedere un salario definito per legge esclusivamente per quella parte minoritaria di lavoratori che non dispone di un contratto nazionale di riferimento. Per analogia, allargando la riflessione all’intero mondo del lavoro, per i liberi professionisti si pone l’esigenza di procedere sulla strada della fissazione di un equo compenso, la cui utilità è dimostrata dai tanti eccessi che si sono manifestati, in questi anni, nella corsa al ribasso dei loro onorari. Sul tavolo, oggi, vi sono in Parlamento 3 proposte di legge: al Senato una del Pd, che colloca il salario minimo a 9 euro netti orari, e una del M5S e che si attesta a 9 euro lordi. In entrambe si applica a tutti i lavoratori, anche a quelli che hanno un contratto.
Su questo punto non siamo d’accordo, per i motivi illustrati in precedenza. Alla Camera, sempre il Pd, ha presentato un’altra proposta che va nella direzione opposta: non riguarda chi dispone di un contratto di lavoro e, su questa impostazione concordiamo, avendo cura però di intervenire anche a favore di coloro, come i rider, che non hanno un contratto di lavoro subordinato e che, in questo caso, trarrebbero vantaggio dal salario minimo definito per legge. Varrebbe la pena di fermarsi a riflettere affinché questa materia sia trattata al di fuori di ogni pulsione propagandistica. Forse sfugge che un salario lordo orario di 9 euro l’ora, moltiplicato per 173 ore (orario medio mensile), corrisponde a 1,557 euro lordi al mese, solo di paga (ancora più in alto si colloca un salario di 9 euro orari netti, che corrispondono all’incirca a 12 euro lordi).

Senza calcolare gli oneri riflessi, che vanno aggiunti: scatti di anzianità, progressione professionale, straordinari, turni, ferie, festività, permessi retribuiti, tfr e previdenza complementare, oltre alle tutele in caso di malattia, maternità e infortunio. Se poi si considera che nel 20% delle aziende esiste anche la contrattazione aziendale, bisogna aggiungere il costo che deriva dal premio di risultato e da eventuali benefit, tra i quali si sta ormai diffondendo la sanità integrativa. Infatti, il salario orario globale di un lavoratore delle Tlc di terzo livello, calcolato dal ministero del lavoro, è superiore ai 21 euro all’ora.

È sbagliato ricondurre il rapporto di lavoro solo alla paga oraria. Il ragionamento va bene per un rider senza contratto, non per un lavoratore di qualsivoglia categoria contrattualmente regolata.

*Già ministro e parlamentare del Pd

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