Politica

Cossiga, l’attualità del suo progetto. Declino italiano, dove iniziò

L'ex presidente della Repubblica, Francesco Cossiga
Il suo discorso alle Camere del 1991 resta una miniera d’oro per le linee di ricostruzione del sistema politico italiano. La Costituzione individua un Esecutivo debole, era stata pensata per dare un surplus occulto di potere al Pci. Cossiga capì per primo che la caduta del Muro parlava all’Italia: non avremmo avuto nessun amico e molti nuovi nemici. Cossiga mette a fuoco il rapporto tra espansione economico-sociale e la rigidità delle istituzioni politiche
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di Giancarlo Elia Valori*

 

Il messaggio alle Camere che il Presidente Cossiga inviò il 26 giugno 1991 è ancora una miniera d’oro per chi voglia studiare non solo la crisi che portò alla fine della cosiddetta ‘prima Repubblica’, ma anche per tutti coloro che vogliano davvero ricostruire un sistema politico che, ancora oggi, è ben lontano da un suo corretto funzionamento.

 

Per Cossiga, ciò che aveva funzionato, in primo luogo, era la Costituzione, ovvero il suo presupposto, culturale e pre-politico, di accordo tra tutte le più importanti tradizioni politiche antifasciste. Una tradizione che si era radicata nel popolo molto di più di quanto si potesse prevedere al momento della promulgazione della Carta Costituzionale.

 

Certo, Cossiga si ricorda subito del primo elemento di crisi strutturale del sistema, che viene al pettine proprio negli anni ’90: il ruolo dell’Esecutivo. Nella nostra Costituzione, il Governo è gracile e debole per, mi si permetta il gioco di parole, costituzione: i Padri costituenti erano spaventati da un Esecutivo onnipresente e onnipotente, quello fascista, scarsamente interessato perfino dalla Camera dei fasci e delle corporazioni, che lo stesso governo fascista aveva creato ex-nihilo.

 

Ma il pendolo della Storia oscilla per estremi, come quello della fisica: dal testo costituzionale è venuto fuori un Governo strutturalmente debole, senza vera autonomia parlamentare, un Esecutivo “dei partiti” che, come il Parlamento stesso, è in mano ad equilibri di corrente, di alleanze temporanee, di rapporti tenuissimi tra i leader.

 

Pietro Scoppola, in un testo celebre che certamente Cossiga conosceva, caratterizzò il nostro sistema politico come “la Repubblica dei partiti”. Tutto si organizzava infatti tramite i partiti, appunto, che erano le ridotte e le trincee di un sistema politico in cui passava, con la sua massima forza, la guerra fredda.

 

I partiti controllavano, dirigevano, costruivano le linee di azione dei Governi e si radicavano fortemente, come squadre di calcio, nella pubblica opinione, organizzandola, anche in modo clientelare, per sostenere il sistema politico anche, e soprattutto fuori, dalla semplice lotta elettorale. Solo nel 1988, notava il Presidente, si era finalmente adottato un regolamento dell’Esecutivo in cui si disciplinava, rendendolo accettabilmente autonomo dal Parlamento, l’Esecutivo.

 

Si noti inoltre che perfino uno dei Padri costituenti, Paolo Rossi, socialdemocratico, notava nei suoi appunti come, tra i redattori del testo, ci fosse la volontà di rimettere mano appena possibile e presto all’articolo 95 e a tutta la normativa sul Governo, senza le sacralizzazioni della Costituzione che poi abbiamo visto anche oggi, soprattutto tra gli ignari eredi di quella operazione di intelligence altrui che noi abbiamo chiamato “Mani Pulite”.

 

Se, quindi, niente era sicuro e tutti potevano pensare di essere sbattuti all’opposizione, allora la Carta costituzionale divenne una trama fittissima di controlli extra- e infra-legali, dove ai controlli istituzionali si sommavano altri lacci e lacciuoli, la “Costituzione materiale” di Costantino Mortati, in una fitta rete di controlli invisibili che non permetteva ad alcuno di svolgere quel ruolo che i politologi inglesi chiamano ‘free rider’.

 

La Costituzione, lo sappiano i suoi adoratori in ritardo, è stata pensata per dare un surplus occulto di potere a chi non poteva mai andare al Governo, esecutivo che era sempre ricattabile da un sistema di pesi e contrappesi che avrebbe inibito la realizzazione di qualsiasi sua scelta governativa “radicale” e non trattata con gli altri, fossero o meno al governo.

 

Chi abbia avuto modo di parlare con molti dei Padri costituenti, soprattutto di area socialista e liberaldemocratica, sa bene che questo fu il risultato pratico della trattativa alla Costituente: la concretizzazione del grido di Togliatti “fuori i buffoni”, con cui il leader comunista mise fuori gioco la ‘terza forza’ laica e socialista per favorire un contatto diretto, di transazioni ma anche duro e concorrenziale, tra cattolici e comunisti.

 

La Dc perdeva quindi la sua fascia di protezione laica e liberale, e doveva trattare direttamente con il Pci, che vendeva cara la sua pelle.

 

Cossiga, ne ho parlato tante volte con lui, riteneva che, dopo la caduta del Muro di Berlino, si dovesse quindi andare verso una regolarizzazione dei rapporti tra il vecchio Pci, che intanto aveva cambiato nome e ‘ragione sociale’, e il sistema delle forze che avevano sostenuto, dalla parte giusta, il grande fardello della guerra fredda in Italia.

 

Cossiga era stato il ‘mastermind’ dei Servizi italiani, il referente di ‘Stay Behind-Gladio’ per l’Italia, era stata la colonna della guerra fredda e di quello che il suo amico Edgardo Sogno chiamava “anticomunismo di Stato”.

 

Ma Cossiga sapeva anche che un partito del 30% non si cancella con le operazioni coperte o con la sola propaganda atlantica. Al Pci occorreva rubare voti, mimando e prefigurando le sue azioni, per portarlo fuori dal quadro sovietico e per stabilizzare, in questo modo, la democrazia italiana. Un lavoro che il Welfare State cattolico e socialista del centro-sinistra svolse egregiamente.

 

Credo che, su questo punto, Cossiga non avesse però del tutto ragione: il Pci era organico all’Est, solo che il Patto di Varsavia era un’organizzazione più complessa e frazionata di quanto non si potesse pensare dal di fuori.

 

Fu sua anche la scelta del giovane Massimo d’Alema come primo presidente del Consiglio ex-comunista, proprio per siglare la fine della ‘conventio ad excludendum’ verso gli eredi del vecchio Partito comunista e l’entrata, per dirla con una roboante e poetica frase di Pietro Ingrao, delle “masse nello Stato”.

 

Certo, occorreva sempre evitare di farsi condizionare, al Governo, dalle azioni dell’opposizione, ma questo era demandato alle riforme costituzionali che, non a caso, il Pci fieramente contrastò.

 

Ma fu la crescita economica colossale, frutto del particolare ‘socialismo cattolico’ di tanta parte della Dc, anche di quella non di sinistra, vecchia eredità di Camaldoli; che era una destra cattolica che, peraltro, non apprezzava molto l’Alleanza Atlantica, che cambiò le carte in tavola.

 

E, dopo la straordinaria crescita economica, che ci portava ben fuori dal tracciato geopolitico che avevano designato le potenze vincitrici della Seconda guerra mondiale, ci trovammo a operare nella crisi petrolifera e nella fine dell’accordo monetario di Bretton Woods. Una fine voluta dagli Usa, che vollero spostare la loro colossale inflazione, generata dalla guerra nel Vietnam e dalla ‘Great Society’ johnsoniana, verso il “carnefice europeo”, per dirla con Walt Whitman.

 

La piccola Italia, destinata all’inizio a mantenersi con le linee secondarie di produzione dei Paesi vincitori, si trovò ad essere un Paese più ricco della Gran Bretagna, quella Inghilterra che aveva venduto, a caro prezzo, il suo Impero agli Usa per pagare i debiti di guerra e, soprattutto, l’Italia divenne il Paese arbitro del Mediterraneo, almeno per quel che riguarda il petrolio.

 

Ma, per salvare il salvabile, dopo la crisi petrolifera, la prima, si restrinse lo Stato del benessere; e rallentò lo sviluppo economico che aveva trasformato in pochi anni un grande Paese agricolo in una potenza industriale.

 

Nacquero anche i ‘diritti’, ma soprattutto quelli individuali; il divorzio, avversatissimo dai comunisti che operarono fino all’ultimo con la nostra Legazione presso la Santa Sede, poi l’aborto, che modificò fin dall’inizio la struttura demografica nazionale ma, dice Cossiga, sono nati in quel periodo anche moltissimi ‘corpi intermedi’.

 

Tra la politica d’abord, come la chiamava Pietro Nenni, e la vita civile di tantissimi italiani si sono inseriti numerosi organismi di tipo semi-privatistico: associazioni di volontariato, organizzazioni culturali, società sportive e perfino economiche no-profit, il che cambia profondamente, diceva Cossiga, la struttura politica della rappresentanza democratica del popolo italiano.

 

In sostanza, il rapporto che Cossiga mette a fuoco è quello tra l’espansione della vita sociale, dell’economia, della cultura e della religiosità (soprattutto dopo il Concilio Vaticano II) e la rigidità delle istituzioni politiche, che nascono in una fase ben diversa della storia italiana.

 

La Costituzione nasce dalla sconfitta, e da una sconfitta dura e talvolta ignobile delle classi dirigenti fasciste e monarchiche, ma, successivamente, l’Italia diviene la quinta potenza industriale del mondo, in una fase in cui sono i nostri titoli di Stato a far concorrenza a quelli tedeschi.

 

Ecco il punto: come il marxismo individua una tensione irresolubile tra forze produttive e rapporti di produzione, Cossiga individua una tensione irresolubile, nel contesto della vecchia Costituzione e del vecchio sistema politico, tra vecchio ordine istituzionale e nuovo sviluppo sociale e culturale degli italiani.

 

Il timore era quello che poi si avvererà, in corrispondenza dell’attuale e profonda decadenza dell’Italia: la fine del ‘sistema dei partiti’, che va salvato anche quando la caduta del Muro di Berlino modifica tutto il quadro dello scontro tra destra e sinistra.

 

Cossiga fu l’unico ad accorgersi che la caduta del Muro di Berlino parlava proprio dell’Italia: era la caduta delle nostre garanzie nei Balcani, con la fine della Serbia e, prima, della Jugoslavia federale, era la caduta dei nostri rapporti speciali con il Maghreb e la prevedibile destabilizzazione libica, era infine la fine del nostro ruolo, in fondo, di potenti mediatori tra Est e Ovest, ma con un forte ancoraggio in Occidente.

 

Cossiga ci dice, tra le righe, che non avremo, in futuro, nessun amico e molti nuovi nemici.

 

Il nostro ‘valore aggiunto” nella protezione e nel controllo della grande massa rivoluzionaria ad Est finisce, appunto, con la democratizzazione forzata dei Paesi dell’ex-Patto di Varsavia.

 

Che ciò fosse un errore marchiano degli occidentali questo, Francesco Cossiga, proprio non poteva saperlo: l’idea americana che la Russia possa diventare una media-piccola potenza si scontrerà rapidamente con l’ascesa di Vladimir Putin prima ai Servizi e poi alla presidenza della Federazione.

 

*Honorable de l’Académie des Sciences de l’Institut de France; presidente di International World Group

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