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Copperman, il supereroe ‘speciale’ di Luca Argentero arriva al cinema

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“Le cose non sono mai quello che sembrano e neanche io sono quello che sembro” dice Anselmo, che ha quarant’anni ma guarda il mondo con gli occhi di un bambino. Perché Anselmo, come gli ripete la madre sin da quando era piccolissimo, è speciale. È puro, non conosce cosa sia la diffidenza e, così alla vita, che non manca di sottoporlo a prove e ostacoli non indifferenti, risponde senza perdere la serenità e senza cadere nella disillusione. Anche perché se serve può trasformarsi in Copperman.

Anselmo è affetto da autismo e ad interpretarlo è Luca Argentero, che per prepararsi al ruolo si è confrontato a lungo con i ragazzi vicini al centro Aita di Roma. Il film, che arriva oggi nelle sale cinematografiche italiane, segna il ritorno al grande schermo del regista Eros Puglielli, dopo anni di successi con le fiction tv.

La storia si svolge in una non meglio precisata cittadina italiana, nella quale però è facile riconoscere il paesaggio e gli scorci di Spoleto, in Umbria, dove Anselmo vive da sempre insieme alla madre, interpretata che Galatea Ranzi, che lo ha cresciuto da sola. Il padre, che lui crede un supereroe, li ha abbandonati quando lui era molto piccolo. La vita di Anselmo è fatta di poche persone. C’è Titti, il suo grande amore, che ha il volto prima di Angelica Bellucci e poi di Antonia Truppo, conosciuta a scuola alle 10,34 minuti e 12 secondi di un giorno speciale e poi inghiottita da un’assenza troppo lunga. E poi c’è Silvano, interpretato da Tommaso Ragno, il fabbro del paese, arrivato non si sa da dove, suo padre putativo e mentore. Uno che ha poche parole e una pistola. E che è diventato suo amico dalle 11 e 47 minuti del 12 aprile 1991. Grazie a lui, Anselmo diventa Copperman. Indossando l’armatura di rame creata utilizzando suppellettili e parti di elettrodomestici (ideata da Roberto Molinelli), Anselmo si trasforma in un supereroe e come tale protegge il piccolo paese in cui vive.

L’idea del film era stata improntata già dal 2003, ma solo negli ultimi anni si è trovata la possibilità di realizzare una pellicola particolare, che unisce il genere ‘supereroistico’, sdoganato nel nostro Paese dal successo di titoli come Lo chiamavano Jeeg Robot di Gabriele Mainetti e Il ragazzo invisibile di Gabriele Salvatores, al racconto delicato ma profondo del disturbo mentale. Il risultato è un film diverso dal solito, una favola per adulti che merita di essere vista perché quella dagli occhi di un bambino, molto spesso, può essere la prospettiva migliore per guardare il mondo, anche dopo una certa età.

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