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Campi: gilet gialli-Macron, fratelli nella crisi francese

Il politologo Alessandro Campi, direttore dell'Istituto di politica
Colpisce lo spirito di rivolta contro le élites sia arrivato anche in Francia, dove queste ultime venivano selezionate dallo Stato attraverso le sue grandi scuole di formazione e considerate eccellenze professionali al servizio della nazione (e proprio Macron ne è un’espressione). Pensavamo in Italia di essere un caso estremo: siamo invece nella media delle altre democrazie, ormai tutte attaccate dallo stesso male che rischia di distruggerle dall’interno
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di Alessandro Campi*

 

Circola l’idea, tra chi non gli ha mai perdonato l’ascesa repentina al potere e il modo imperativo e solitario con cui lo esercita (sostenuto per di più da una smisurata ambizione e da un malcelato sentimento di vanità), che la parabola politica di Emmanuele Macron (in foto) sia entrata in una fase irrimediabilmente declinante. Ma è una conclusione affrettata e probabilmente ingenerosa, tenuto conto che mancano quasi quattro anni alla fine del suo mandato presidenziale e che si tratta comunque di una delle poche personalità dotate di carattere, carisma e visione politica, attualmente attive sulla scena europea. Ma ciò che sta accadendo in Francia, con la rivolta di strada dei ‘gilet gialli’ contro le politiche fiscali del governo, non deve essere comunque sottovalutato. Se non altro per quello che questi avvenimenti ci dicono sullo stesso Macron, sulle condizioni reali della Francia e in generale sul modo di funzionare delle democrazie ai nostri giorni.

 

Appare chiaro, per cominciare, che Macron ha concentrato su di sé – soprattutto fuori dal suo Paese – attese e speranze eccessive e forse mal riposte.

 

La ‘macromania’ largamente diffusa in Italia, ad esempio, trascura il fatto che la sua vittoria si è realizzata sulle macerie del tradizionale sistema dei partiti e che la sua visione ideologica –  la polemica contro i professionisti della politica, l’idea che tra capo e masse non ci debbano essere filtri sociali o intermediari, una retorica incentrata sul risentimento popolare e sulla voglia di novità a tutti i costi – ha molti punti in comune con quella dei populisti da lui (e dai suoi ammiratori) tanto vituperati.

A suo modo, il macronismo è stato anch’esso un frutto del vento anti-politico che ha investito molte grandi democrazie: difficile dunque pensare che possa essere la cura politica a questa tendenza. Quanto a considerare il presidente francese il salvatore dell’Europa, un sogno da lui stesso accarezzato visto l’attuale vuoto di leadership a livello continentale, l’impressione è che molti stiano scambiando la sua indiscutibile abilità oratoria, le sue pose da grande officiante nelle occasioni ufficiali (come si visto da ultimo con le celebrazioni parigine per il centenario della Grande guerra), con la possibilità che Macron possa davvero essere l’erede della Merkel, e che la Francia possa aspirare al ruolo di guida politico-economica dell’Europa sin qui svolto dalla Germania.

Chi ragiona così non sopravvaluta le capacità di Macron, semplicemente sottovaluta i problemi endemici e strutturali della Francia odierna, che le proteste di queste settimane hanno fatto venire drammaticamente alla luce. Ad esempio, la crisi del suo sistema industriale e manifatturiero: ormai un terzo di quello tedesco e in continua contrazione da almeno un quarantennio. Diversamente da quel che accade in Italia, con le sue piccole e medie aziende in grado di esportare ovunque nel mondo, gli unici settori dell’economia francese competitivi sui mercati internazionali sono notoriamente quelli legati allo Stato e alle commesse pubbliche: aeronautica, grandi opere, trasporti ferroviari.

E proprio il ruolo eccessivo dello Stato – a partire appunto dall’economia – è l’altro fattore di debolezza della Francia in questo momento storico. Negli anni si è costruita una macchina pubblica del benessere che oggi non si sa più come finanziare, nonostante quello francese sia uno dei sistemi fiscali che più preleva dalle tasche dei cittadini e delle imprese.

 

Tutta una serie di sussidi, garanzie, diritti e servizi generosamente concessi alle più diverse categorie, in cambio della pace sociale, si sono ormai trasformati in privilegi che frenano lo sviluppo e risultano difficili da rimuovere per qualunque governo.

 

Alle difficoltà economiche e sociali, si aggiungono poi quelle politiche. La Francia continua ad atteggiarsi a potenza globale, peraltro a danno di una maggiore integrazione europea sul piano della politica estera e di difesa. Ma basta guardare alla sua perdita di ruolo politico in Africa, appena camuffata da un attivismo diplomatico fine a sé stesso e spesso causa di pericolose turbolenze (come nel caso della Libia), per capire che la sua ansia di grandeur appartiene al passato. Su questa parte di mondo, dove per anni la Francia ha esercitato un’influenza non priva di odiose venature neo-coloniali, oggi a contendersi un ruolo egemonico sono la Cina, la Russia e gli Stati Uniti: il disegno geopolitico della Françafrique, rilanciato proprio da Macron, ha tanto il sapore di un velleitario anacronismo. Stando così le cose non stupisce l’esistenza tra i francesi, ormai da molti anni, di un sentimento di profonda inquietudine; accompagnata dalla convinzione, registrata da numerose ricerche, che il loro Paese si trovi ormai in una fase di declino strutturale, a causa anche di fratture territoriali (centri urbani/aree periferiche) e sociali (integrati/marginalizzati) sempre più acute. L’elezione di Macron ha funzionato per qualche mese come un anestetico o un rigenerante simbolico.

Ma è bastato poco perché i problemi reali tornassero a galla, attraverso un movimento di contestazione sul quale certamente sta soffiando l’estrema destra lepenista, ma che sembra avere una connotazione politica trasversale, una seria base popolare e un carattere largamente spontaneo. In questo quadro, a Macron va riconosciuto d’aver provato, nel corso del suo primo anno all’Eliseo, a invertire la rotta con la messa a punto di un vasto piano di riforme. Ma il brusco calo di popolarità che ha dovuto registrare ci riporta all’ultima lezione che si può trarre dagli avvenimenti in corso: il modo ormai irrazionale con cui sembrano funzionare le democrazie contemporanee.

Da un lato abbiamo cittadini pronti a cambiare umore e opinione con impressionante rapidità. Dall’altra, governanti che con eguale rapidità passano dal successo alla sconfitta, e il cui unico obiettivo sembra quello di inseguire quotidianamente il consenso degli elettori. In queste condizioni è sempre più difficile impostare politiche di lungo respiro o avviare riforme strutturali, come tali destinate a intaccare lo status quo o gli interessi di questo o quel settore della società.

 

Nel recente passato, già Sarkozy e Hollande si sono arresi alle proteste della piazza. Farà lo stesso anche Macron pur di non sprofondare nell’indice di popolarità?

 

Colpisce infine come lo spirito di rivolta contro le élites sia arrivato anche in Francia, dove queste ultime venivano selezionate dallo Stato attraverso le sue grandi scuole di formazione e considerate eccellenze professionali al servizio della nazione (e proprio Macron ne è un’espressione). Pensavamo in Italia di essere un caso estremo: siamo invece nella media delle altre democrazie, ormai tutte attaccate dallo stesso male che rischia di distruggerle dall’interno.

 

*Direttore Istituto di politica

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