Calcio Società Sport

Calcio specchio d’Italia: il razzismo non è solo lì

Calcio e razzismo
Il potere calcistico è negligente e certa politica carezza i violenti. E il dramma di Inter-Napoli finisce in burletta
Web Hosting

di Antonio Maglie

 

L’ultima replica della tragedia intitolata ‘calcio e razzismo’ si è conclusa. C’è solo da sperare che Marx venga contraddetto e che non assuma i contorni della farsa. Gli indizi ci sono tutti. A cominciare dalla giustizia sportiva che, per attutire il colpo, ha infilato il suo pugno di ferro in un guanto di gommapiuma: una partita a porte chiuse per l’Inter (la seconda la disputerà in Coppa Italia, manifestazione che conta più o meno come un torneo condominiale); due partite di campionato (teoricamente) senza quei tifosi che prima di insultare Koulibaly (in foto) e i napoletani all’interno di San Siro, hanno provato a organizzare un agguato all’esterno provocando la morte di un loro compagno di tifo estremo.

 

Ha recitato sino in fondo la sua parte il neo-presidente della Federazione giuoco calcio, Gabriele Gravina, che ha ripetuto quel che negli ultimi trentacinque anni tutti i suoi predecessori hanno detto: “Non è più tempo di essere tolleranti”.

 

Sulla scena si è mosso il sottosegretario alla presidenza del Consiglio con delega allo sport, Giancarlo Giorgetti, pronunciando parole inedite: “Il calcio e lo sport non possono essere causa o pretesto per violenze e razzismo”. Bisognerebbe farlo capire a quei settori ultrà che, invece, lo usano come pretesto per mille altre cose. Semmai evitando di partecipare alle loro feste e di farsi fotografare con qualche ‘capo’ dalla fedina non proprio immacolata. E poi c’è anche l’Inter, che in un suo comunicato ha garantito che “da quando una notte di 110 anni fa i nostri fondatori hanno messo la firma su quello che sarebbe stato il nostro percorso, noi abbiamo detto no a ogni forma di discriminazione”.

 

C’è qualcosa di lirico in queste parole. Ma anche di profondamente irrealistico. È vero, l’Inter morattiana ha promosso e aderito a numerose manifestazioni di solidarietà, ma poi c’è quella curva che è la stessa da cui piovevano motorini, che accoglieva gli ancora anonimi assassini di Nazzareno Filippini (esattamente trent’anni fa l’agguato ad Ascoli); che costringeva tredici anni fa il giocatore del Messina Andrè Zoro, esasperato al pari di Koulibaly dagli insulti razzisti, a fermare il pallone e ad avviarsi verso gli spogliatoi; che dieci anni dopo Zoro se la prendeva con il milanista Kevin Prince Boateng in occasione di un trofeo Berlusconi e che quattro anni fa, proprio a causa degli insulti ai napoletani, veniva chiusa (l’anello verde). È veramente forte la voglia (lo dimostrano le parole di Giorgetti) di derubricare tutto questo come semplice espressione di degrado calcistico.

 

Ma sarebbe un errore. E un alibi: per tutti ma soprattutto per i politici. Mercoledì sera allo stadio Meazza è stato tirato giù un telo che copriva uno specchio. Ora quello specchio ci restituisce l’immagine di un Paese su cui riflettere.

 

Il pallone è l’esatta metafora della vita, un microcosmo che interpreta estremizzandola (perché privo di inibizioni) la realtà sociale che lo circonda. Anticipa i fenomeni svelando la nascita di neo(pseudo)-culture. Saldando umori e soprattutto malumori; trovando, ad esempio, legittimazione alle proprie pulsioni peggiori in quella polemica politica che fa dei migranti la causa di tutti i mali, e trasforma una questione umana epocale come quella migratoria in un problema di sicurezza: la invoca Trump per il suo inutile muro lungo la frontiera con il Messico; sembrano invocarla molti cittadini italiani elettoralmente sensibili ai messaggi della Lega e del suo leader.

Il calcio e lo stadio non sono mondi a parte, per quanto il secondo appaia dotato dei caratteri dell’extraterritorialità. Quando nel 1983 il brasiliano Josè Guimaraes, meglio noto come Dirceu, venne accolto a Verona da uno striscione in cui si colpivano contemporaneamente due bersagli (“Ora non sei più straniero, Napoli ti ha accolto nel continente nero”), in Veneto la Dc era ancora il partito largamente maggioritario, e la Lega solo un pulviscolo di minoranza che ancora non faceva risuonare lungo la penisola i suoi slogan anti-meridionali. Che ci sia stata contaminazione tra tifoseria calcistica e tifoseria politica è molto più che evidente; che l’una e l’altra si siano sostenute a distanze più o meno prossime, sia dal punto di vista dei consensi che da quello delle affinità ideologiche, è un fatto difficilmente smentibile.

Se una persona perbene come Ottavio Bianchi dopo un’amichevole a Brescia condita di insulti ai napoletani sbottava: “È la mia città, ma qui non allenerò mai in vita mia”; e un vecchio capitano della squadra partenopea, Giuseppe Bruscolotti, parlava di un “triangolo del razzismo” lungo l’autostrada A4 (Bergamo, Brescia e Verona), allora anche le evoluzioni politico-elettorali di quella zona diventano più leggibili, soprattutto se legate ai messaggi lanciati a quei tempi da Bossi e compagni. Il potere calcistico, forse ingenuamente o forse strumentalmente, ha sempre puntato sull’idea che l’erba buona avrebbe scacciato quella cattiva. Ma oggi si ha quasi l’impressione che sia accaduto il contrario se persino in una città come Bologna. non particolarmente nota per le intemperanze del tifo, un monumento della nostra canzone nazionale, Gianni Morandi, quattro anni fa dichiarava sconsolato: “Fare il presidente onorario non mi piace più”. Era accaduto che al Dall’Ara, mentre gli altoparlanti diffondevano le note del ‘Caruso’ di Lucio Dalla, dalla curva fossero partiti insulti contro i napoletani.

Il giorno dopo, Morandi che del Bologna in quel momento era l’immagine, affidò il suo cocktail di delusione e amarezza a poche ma efficaci parole pubblicate sul profilo Facebook: “Allo stadio è successo qualcosa di inqualificabile e di cui mi sono vergognato”.

 

Lo specchio del Meazza, più che richiamare il calcio alle sue responsabilità (che, comunque, dovrebbe affrontare con una determinazione che negli ultimi trentacinque anni non ha mai dimostrato), dovrebbe obbligare partiti e politici a meditare sull’uso (e sulle conseguenze che ne derivano) prettamente propagandistico della questione migratoria.

 

Lo stadio conferma quel che ha spiegato il Censis nel suo rapporto annuale: l’Italia non è al riparo dalla subcultura razzista. E conferma quel che un anno prima un altro centro-studi, Pew Research, aveva scritto tastando il polso dell’intero continente: il Paese è terreno fertile per la crescita delle discriminazioni. Possiamo anche dire che la questione riguarda pochi scalmanati delle curve ma, come cantava Fabrizio De Andrè, “anche se voi vi credete assolti, siete lo stesso coinvolti”.

Informazioni sull'autore

ncn

Sfoglia Gratis l’edizione di oggi:

ULTIMA EDIZIONE NCN

on-line tutti i giorni tranne il lunedì

manifesto


Web Hosting