Politica

Bombe e politica, gli anni di piombo del Partito comunista

Il rapimento Moro è stato una svolta negli anni di piombo: i brigatisti non erano più solo compagni che sbagliavano

di Gianni Sandri

Il rischio che si corre nel raccontare gli anni di piombo è quello di cadere nella voragine degli stereotipi, di continuare a rappresentare un Paese che non riesce a fare i conti col suo passato, ricercando lo scoop. Purché questo ricalchi il canovaccio di cliché già noti. “Io riporto ciò che ha visto e fatto il protagonista del mio libro”.
Questo io è Bruno Chiavazzo, napoletano classe 1957, giornalista d’esperienza, con un passato importante nel sindacato (è stato capo ufficio stampa della Fiom-Cgil nazionale) e che torna in libreria con Lo sbirro del Generale, edizioni Edup. Il protagonista è, appunto, Ciro Luongo, lo sbirro. Al servizio del generale Carlo Alberto Dalla Chiesa, che all’epoca dei fatti era coordinatore delle forze di polizia e degli agenti informativi per la lotta al terrorismo, ossia “una sorta di reparto speciale del ministero dell’interno”.
Il libro di Chiavazzo ripercorre l’epoca dura della lotta armata, del terrorismo, delle bombe. “Nel ‘77 – ricorda l’autore – l’Italia viveva una guerra civile. Ai 400/500 brigatisti impegnati sul campo si accompagnavano qualcosa come 40mila fiancheggiatori”. Studenti, lavoratori, professionisti dentro un Paese frantumato. Che ora viene (ri)letto provando però ad indossare occhiali diversi. “C’è stato un importante lavoro documentale, di ricerca e confronto che evidenzia le pesanti responsabilità del Partito comunista” soprattutto nei fatti legati a sequestro e omicidio dell’onorevole Aldo Moro. “Il Pci ha tenuto un comportamento ondivago, nel tentativo di evitare di avere concorrenti a sinistra”. Mantenendo dunque un atteggiamento forse superficiale rispetto ai protagonisti della lotta armata. “Il rapimento di Moro è stato però un punto di svolta: in quel momento, i vertici del partito hanno smesso di considerare che i responsabili di quei fatti fossero soltanto compagni che sbagliavano”.
Il lavoro di Chiavazzo ricostruisce le dinamiche di questa dicotomia Pci-Br, fissando però un punto fermo: “Le Br hanno fatto tutto da sole. E Moro doveva morire” così da arrivare all’obiettivo che per i brigatisti è stato sempre chiaro: “Instaurare una dittatura del proletariato”.
Le tesi di Chiavazzo si fondano sulla lettura dei documenti provenienti dalla Fondazione Gramsci nei quali sono contenuti i verbali di riunioni al vertice del Pc di allora. E dai quali emerge chiaro un elemento: “I dirigenti del partito hanno sposato da subito la linea della fermezza. Emblematico – sostiene Chiavazzo – è un passaggio in cui Emanuele Maccaluso affermava quanto fosse necessario ‘negare valore alle cose che ha detto e che potrebbe dire’ Moro”.
Il cambio di passo nei rapporti Pci-Br avviene però all’indomani dell’omicidio di Guido Rossa (il sindacalista ucciso dalle Br a gennaio del ‘79 per avere denunciato un brigatista infiltrato, ndr). La battaglia del gruppo eversivo diventa un ostacolo e non un possibile punto a favore. Ugo Pecchioli, responsabile della sezione problemi dello Stato del Pci e ministro ‘ombra’ nel novembre del ‘79 si incontra con il generale Dalla Chiesa. E propone la collaborazione del partito e in particolare di un “militante fidato” che, sotto copertura, si insinua tra i brigatisti. Conosce, partecipa, acquisisce la fiducia dei terroristi. E passa informazioni, nomi, luoghi. Dettagli che saranno fondamentali per portare a termine l’operazione ‘Olocausto’, che vedrà in prima linea proprio lo sbirro Luongo e consentirà di disarticolare la colonna romana del gruppo eversivo fino all’arresto di Barbara Balzerani.
Quando gli verrà richiesta la ‘prova del fuoco’ (uccidere qualcuno) l’infiltrato mollerà l’eversione. Scrivendo però una pagina di storia che oggi torna d’attualità.

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