Politica

Bernardini: “Carceri, detenuti e giustizia: ecco cosa abbiamo detto al ministro”

Intervista all'esponente del Partito Radicale nella delegazione che ha incontrato Bonafede
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di Liliana Chiaramello

Sono ancora tante le criticità irrisolte del sistema penitenziario. Secondo i dati pubblicati dal ministero della Giustizia, nelle carceri il sovraffollamento aumenta sempre più. È stata infatti superata la soglia dei 60 mila detenuti che occupano una capienza effettiva di 45mila posti: un sovraffollamento che non si registrava dal 2014 quando i detenuti erano 60mila 197. Con la crescita della popolazione carceraria aumentano anche i suicidi. Nel 2018, 61 detenuti si sono tolti la vita: un tasso di suicidi che non si registrava dal 2012 quando i detenuti erano 66mila. Oggi dunque il numero di suicidi è sicuramente maggiore. In questo contesto emergenziale delle carceri italiane la delegazione del Partito Radicale composta da Rita Bernardini, Sergio D’Elia e dall’avvocato Giuseppe Rossodivita ha incontrato, dopo giorni di attesa e numerose richieste, il ministro della Giustizia Alfonso Bonafede il quale, sottolineano, “ha mostrato profondo rispetto e grande attenzione nei confronti delle nostre battaglie su carcere e giustizia”.

Bernardini, come giudica questo incontro ?
“È stato un incontro sicuramente cordiale, fatto di ascolto e attenzione reciproca, consapevole ciascuna parte che le posizioni sono molto distanti sul modo di concepire l’amministrazione della giustizia e dell’esecuzione penale. Su una cosa ci siamo sicuramente trovati d’accordo: le carceri devono essere luoghi in cui lo Stato esercita la sua legalità”.

Avete dunque parlato innanzitutto di carceri?
“Sì, l’incontro a questo tema era finalizzato, pur essendo diversi i punti di vista e, per alcuni aspetti, addirittura opposti. In esordio abbiamo fatto presente soprattutto una cosa: noi vogliamo che le istituzioni italiane, a partire dal ministro e dal ministero della Giustizia, rispettino la legalità di questo nostro Paese che è prima di tutto legalità costituzionale. Ci confronteremo perciò via via su quanto siano legali o meno le carceri italiane e a tal proposito gli abbiamo anche fatto presente il rapporto da noi preparato, circa la prevenzione dei trattamenti inumani e degradanti, che stiamo per inviare al comitato di Ministri del Consiglio d’Europa, alla Cedu e al Comitato europeo per la prevenzione della Tortura. Da parte del Ministro c’è sicuramente la volontà di verificare tutti i vari aspetti dell’esecuzione penale nel nostro Paese”.

Il governo gialloverde non ha approvato il decreto delegato sulle misure alternative al carcere. Avete parlato anche di questo?
“Sì, il ministro Bonafede conviene sul fatto che le carceri per come sono oggi sono criminogene. Mi è sembrato, per esempio, oltremodo ricettivo su quel fenomeno che vede ristretti in carcere circa 9mila detenuti che devono scontare pene molto brevi, per esempio meno di un anno, a volte solo pochi giorni. Se fossero disponibili i braccialetti elettronici – come affermano i nostri amici dell’Osservatorio Carceri dell’Ucpi – potrebbero, attraverso un provvedimento del magistrato di sorveglianza, sperimentare la via della detenzione domiciliare o di misure simili senza necessariamente gravare sul carcere. Come sappiamo, la gara è stata vinta da Fastweb e da ottobre l’azienda avrebbe dovuto fornire mille braccialetti (che poi sono cavigliere) in più ogni mese, ma tutto è fermo perché ancora non sono stati fatti i necessari collaudi da parte del ministero degli interni. Abbiamo inoltre affrontato il tema della carenza di educatori e assistenti sociali, figure centrali che in carcere si occupano del trattamento dei detenuti. E anche in questo caso il Ministro Bonafede ha manifestato volontà di far fronte a tali gravi mancanze che si registrano anche negli organici della magistratura di sorveglianza. Ha inoltre manifestato grande interesse al meccanismo con cui l’Italia viene controllata dagli organismi internazionali”.

Cioè?
“Per esempio, i rapporti del comitato europeo per la prevenzione della tortura prima di essere pubblicati, secondo la disposizione attuale del governo italiano, devono essere autorizzati. Invece può essere preventivamente consentita una procedura di pubblicazione automatica senza il consenso dello Stato. Il tutto in nome della trasparenza, cavallo di battaglia del movimento cui appartiene il ministro Bonafede”.

Pare di capire sia stato un incontro costruttivo dunque…
“Nonostante la visione circa il sistema giustizia e le relative riforme da realizzare sia tra noi politicamente diversa e distante, il ministro si è mostrato particolarmente attento a che i detenuti in Italia scontino una pena legale senza maltrattamenti da parte dello Stato, vivendo (come oggi accade) in contesti degradati e degradanti. Perché con carceri costituzionalmente legali si fa sicurezza, come si fa sicurezza con pene alternative, comunque oggi previste dal vigente ordinamento penitenziario. Quando afferma che oltre ai detenuti occorre rieducare anche la società esterna rispetto a quello che avviene in carcere, dice una cosa importante sempre sostenuta da Pannella e dal Partito Radicale perché solo così può cambiare la percezione che i cittadini hanno nei confronti del mondo penitenziario. Infine, non credo sia secondario il fatto che l’appuntamento si sia concluso con lo scambio dei numeri di telefono e con l’impegno ad incontrarci (fisicamente o telematicamente) ogni due mesi per fare il punto”.

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