Politica Sindacato

Benvenuto: la sinistra? Un milite ignoto

Giorgio Benvenuto intervistato da Sandro Roazzi
Parla Giorgio Benvenuto, presidente della Fondazione Nenni, già leader della Uil e presidente delle commissioni Finanze del Parlamento: “Abbiamo cancellato socialisti, laici, cattolici progressisti; la sinistra oggi chi rappresenta? Sembra un milite ignoto”. “Grave l’estraneità di rapporti con i corpi intermedi che invece, con i loro limiti, sono antenne nella società”. “Però non sono pessimista, la sinistra di buone ragioni ne ha e molte per far sentire la propria voce”.
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di Sandro Roazzi

 

“Siamo entrati nella fase decisiva del confronto sulla legge di stabilità. Colpisce il fatto che nella maggioranza di Governo si esauriscano tutti i ruoli: di indirizzo, di mediazione, di opposizione. Quasi che tutto il resto per l’opinione pubblica non sia rilevante. Mi domando allora: la sinistra riformista non ha nulla da dire su pensioni, equità fiscale, lavoro, in grado di far emergere una vera dialettica politica?”.

Giorgio Benvenuto, presidente della Fondazione Nenni, già leader della Uil e che ha presieduto le commissioni Finanze in Parlamento, valuta la situazione che si è venuta a creare con l’avvento del Governo giallo-verde.

 

Cosa non va nel riformismo di oggi, che pare non sia capace di riprendersi dalla sconfitta elettorale?

 

“Mi impressiona soprattutto la povertà del linguaggio, quando c’è alle spalle una importante cultura politica. La sinistra italiana ha sempre potuto contare su tradizioni forti, come la socialista, la comunista, la cattolica, la laica. Questo patrimonio sembra smarrito, non interessare. Ed allora però il linguaggio si impoverisce, il dibattito diventa autoassolutorio, la libertà di pensiero viene rivendicata ma…senza pensiero. Non ci siamo. Ed è perdente anche l’accanirsi contro l’ignoranza degli altri, l’incapacità presunta degli altri, l’isolamento degli altri. In realtà ad essere isolati oggi rischiano di esserlo proprio i riformisti italiani. Ed è un male per il nostro Paese e per l’Europa”.

 

Ed allora invece dei giudizi, cosa fare?

 

“Dare giudizi sugli altri spesso è controproducente se non si discutono le loro proposte, se non si avanzano alternative che la gente possa capire e fare sue. Anzi, talvolta si fa un piacere all’avversario se tenti di umiliarlo, lo rendi perfino più popolare. Si parla di Europa: c’è troppa retorica, quando invece ci sarebbe bisogno di riscoprire l’Europa sociale. I lavoratori non si esaltano se gli parli del 3%, vogliono sapere invece quali cambiamenti siano possibili per garantire loro ed ai loro figli migliori prospettive, per ridurre le troppe incertezze che li fanno vivere senza la fiducia necessaria. Si guardi alla Svezia che ha votato: poteva andare molto peggio, invece i socialdemocratici hanno retto proprio perché portatori di una proposta politica e sociale che ha visto il concorso ed il sostegno, ad esempio, dei sindacati. Bisogna allargare il campo dei consensi, non escludere e rinchiudersi”.

 

Da noi invece…

 

“Abbiamo cancellato socialisti, laici, cattolici progressisti; la sinistra oggi chi rappresenta? Sembra essere di fronte ad un…milite ignoto. Ed invece ci sarebbe un gran bisogno della sua forza, delle sue proposte. Ma questo avviene quando non si cancella, non si esclude, non si rompe con il ruolo dei sindacati. Scalfari, con il quale ho poche sintonie di pensiero, recentemente ha indicato in tre protagonisti del passato i Padri costituenti fondamentali per avere dei riferimenti ideali: sono Nenni, De Gasperi e Berlinguer. Detti da lui, specie il ‘recupero’ del socialista Nenni, è significativo”.

 

Dunque il problema della sinistra oggi è che si è chiusa in se stessa…

 

“Certo, ma non solo. Si pensi all’estraneità di rapporti con i corpi intermedi che invece, con i loro limiti, conservano un ruolo importante perché sono comunque antenne nella società, sanno captare umori, esigenze, richieste di chi lavora e di chi il lavoro non lo ha, degli anziani, degli immigrati che vogliono integrarsi. Questo distacco ha significato subordinazione culturale al liberismo, non spinta a favorire il rinnovamento sindacale. Ricordo che D’Alema chiamò Cofferati, allora Segretario Generale della Cgil, signor Cofferati. Quasi a sancire un’evidente rottura. Si badi bene, una rottura di quello spirito solidale, di quella capacità della sinistra di coinvolgere che sono state tra le ragioni della sua crescita e della sua forza nel passato. Penso che nella sinistra italiana si debba tornare a ragionare di queste cose. Ed invece a cosa assistiamo? Alle liti sulle date del congresso del Pd, sul nome da cambiare. E all’attesa che gli avversari politici si brucino. Non mi pare una ‘strategia’ convincente, in grado di far risalire le proprie azioni nella vita politica e sociale”.

 

Eppure anche per l’attuale Governo la prova ‘economica’ non è esente da rischi…

 

“Mai dire…si bruciano da soli. È velleitario, se non altro. Del resto i Salvini, i Di Maio ed i loro seguaci fanno presto a liberarsi dei problemi: accusano gli altri, individuano subito un colpevole da additare alla gente. Non vanno sottovalutati, il potere – questo il Pd dovrebbe saperlo – una volta raggiunto si difende. Si vuol durare. E gli spazi non mancano, anche se finora è prevalsa la propaganda, senza un reale progetto di cambiamento”.

 

Ed allora come uscire da questa difficile situazione?

 

“In primo luogo bisogna tornare a discutere con uno spirito diverso. Nel passato quando si andava ad una riunione di partito o del sindacato una buona avvertenza era quella di immaginare come poteva concludersi. Oggi non c’è più bisogno, tutto è preconfezionato, tutto è già deciso prima. Ed ancora: ci vuole più collegialità, mentre ora la preoccupazione maggiore sembra essere quella di individuare ‘il nemico’. Faccio un esempio tratto dalla mia esperienza nel sindacato. Quando conobbi Bruno Trentin la Uilm era poco considerata, anzi era guardata con diffidenza. Allora ero giovane e mi detti da fare per cambiare questo pregiudizio. Trentin capì e mi invitò ad un’assemblea di giovani operai metalmeccanici e mi dette la parola. Io iniziai, fra lo sbalordimento generale, così: cari compagni…silenzio in sala, fino a quando Trentin si alzò e si mise ad applaudire. Quando ho raccontato questo episodio in un convegno sulla figura di Bruno Trentin i presenti sono scattati anche loro ad applaudire. Più di uno mi è venuto a dire: abbiamo sentito la parola compagno dopo tanto tempo…La sinistra non è freddo calcolo, è anche emotività, fraternità, condivisione. E il suo impegno non si esaurisce nella ricerca spasmodica di un leader. Ho ritrovato un manifesto nel quale si annuncia un’iniziativa delle donne socialiste a caratteri cubitali. Sotto, piccolo ed in neretto, c’è scritto: interviene Pietro Nenni. Stiamo parlando di uno dei protagonisti indiscussi della storia della sinistra. Mi pare eloquente e di sicuro Nenni non si adombrò”.

 

Ed allora c’è da essere pessimisti?

 

“Io non lo sono. Dare per scontato che la gente accetti tutto, non sappia reagire, è sbagliato. In Russia, Putin o non Putin, sulle pensioni la gente si è organizzata ed ha scatenato un putiferio.  Anzi, vedo una prateria davanti al nostro cammino. Ma bisogna muoversi e capire innanzitutto i veri motivi del successo dei Cinque Stelle e della Lega, partito radicato nel territorio. Ed aver ben chiaro un progetto, dove tornare ad insediarsi per ricreare consenso. Si guardi all’atteggiamento della Confindustria, da sempre ‘governativo’.  Per la prima volta nella storia, di fronte al decreto dignità, hanno minacciato di scendere in piazza. Hanno capito che dovevano battersi e lo hanno manifestato con coraggio. Avevano le loro ragioni. La sinistra però di buone ragioni ne ha e molte per far sentire la propria voce. C’è un Paese da mettere in sicurezza, occorre ricostruire una posizione chiara sul lavoro e sulla flessibilità, è necessario affrontare la condizione anziana rompendo il cliché che anziani vuol dire pensioni e pensioni vuol dire solo problemi di cassa. Dobbiamo saper individuare le nuove forme di sfruttamento e combatterle, recuperare la necessità di proporre una politica industriale all’altezza dei tempi, evitare la desertificazione dei giovani che lasciano il Sud.  Certo non si riconquista il consenso se, come diceva Saragat, ci si nasconde dietro la constatazione di un destino cinico e baro”.

 

Fra le tue considerazioni c’è quella che ripropone un legame con le forze sociali. Ma il sindacato è ancora in grado di esercitare un ruolo ‘generale’?

 

“Penso che possa svolgere un’azione ancora molto positiva. Il sindacato è utile se sa offrire tutele, diritti. Oggi il bisogno di tutele si allarga, non si restringe. Inoltre la crisi dei partiti gli offre nuovamente l’opportunità non di una supplenza, ma di muoversi senza troppi vincoli. I sindacati poi possono esercitare una funzione di rilancio degli ideali europei: lo possono fare conquistando spazi di governo delle dinamiche economiche e sociali. Penso al governo della flessibilità, alla riduzione delle disuguaglianze, ad un welfare che abbia un minimo di zoccolo comune in tutti i Paesi, penso alla partecipazione. Ecco, quella della partecipazione è la sfida più rilevante: gli scioperi sono più difficili ed il rischio che la contrattazione diventi sempre più soluzione per casi individuali, con l’evoluzione tecnologica in atto, esiste. Ed allora bisogna raccogliere l’esigenza dei lavoratori di contare: contrattare e governare i processi in atto. E per far questo ci vuole un sindacato unito, come nel caso dell’Ilva. Un caso di cui nel Pd non si parla proprio. Altro caso nel quale i protagonisti sono stati altri: Fiom, Fim e Uilm, per fortuna, Di  Maio, Calenda quasi per …fatto personale. Invece sarebbe importante che questo partito riscoprisse il valore di un rapporto con le organizzazioni dei lavoratori.  Non c’è bisogno di autocritiche di maniera. Basterebbe rifarsi all’articolo 3 della Costituzione, quello che dice che è compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale che, limitando di fatto la libertà e l’uguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese. Questo è uno dei passi che fece dire a Calamandrei che la Costituzione non era un punto di arrivo, ma uno di partenza. Ancora oggi mi pare lo possa essere egregiamente per una forza politica che vuole interpretare modernamente quegli ideali. Meglio questa frase, inattuata, che un tweet che lascia il tempo che trova, o qualche battuta da bar. Bisogna alzare l’asticella del confronto, con passione, sincerità, lucidità. Sapere che si può guardare avanti e provarci”.

Un momento dell’intervista di Sandro Roazzi a Giorgio Venvenuto

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