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Benvenuto: incredibile questo accanimento sui pensionati

Giorgio Benvenuto, presidente delle Fondazioni Nenni e Buozzi ed ex Segretario Generale dell Uil
Intervista all’ex leader della Uil: “Il Governo ha un comportamento schizofrenico”. “Le risorse vanno trovate non nel monte pensioni, ma dove si sta creando enorme ricchezza con la rivoluzione digitale”. “Bisogna finirla di continuare a colpire i redditi fissi, quando essi sono sempre meno tutelati e sempre più fragili”
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di Sandro Roazzi*

 

La ‘maledizione’ dei tagli all’adeguamento delle pensioni al costo vita inizia nel tremendo 1992, quando la ‘manovrona’ del Governo Amato spezza il legame fra pensioni e rivalutazione dei salari e decreta un anno di sospensione nell’erogazione della scala mobile, ormai alla fine della sua storia.

Si era nella prima Repubblica e l’economia era diversa da quella di oggi. Ma a quanto pare i pensionati sono ancora buoni per fare cassa, come dimostra il maxiemendamento del Governo gialloverde, che penalizza i pensionati oltre i 1.500 euro. Nulla di nuovo, insomma.

“Perfino incredibile questo accanimento mentre vi è un grande cambiamento della società e del lavoro. Il ricorso alle tasche dei pensionati sa di vecchio. Si perpetua un modo di fare politica sempre in emergenza, mai progettuale, incapace di cambiare strada utilizzando competenze e guardando avanti”. Lo sostiene Giorgio Benvenuto, presidente della Fondazione Nenni e già Segretario Generale della Uil in anni nei quali è stato protagonista di un’evoluzione profonda del nostro Welfare e della contrattazione.

 

Cos’è che non va nella decisione presa dal Governo Conte di penalizzare milioni di ex lavoratori per trovare risorse utili a convincere Bruxelles?

 

“È un comportamento schizofrenico quello a cui stiamo assistendo. Si addita al pubblico ludibrio lo scandalo delle pensioni d’oro, ma le vere risorse si sottraggono ai pensionati, che nell’oro non navigano di certo. Anzi si incrina la solidarietà che deve esistere fra i ceti con redditi modesti e la redistribuzione avviene all’interno di strati sociali che invece avrebbero tutto il diritto di attendersi miglioramenti della propria condizione. Teniamo conto che questi pensionati hanno versato per tutta la loro vita lavorativa i contributi ed hanno contribuito alla crescita del Paese. Meritano rispetto”.

 

Dunque ci sono colpe in questa politica?

“Ci sono le colpe e le responsabilità della politica che si trascinano da tempo. Si pensi all’errore compiuto, in passato come oggi, di non aver mai preso in considerazione la separazione fra assistenza e previdenza. L’assistenza fa parte della solidarietà, ma che va esercitata da tutti e non da un solo pezzo di società. E le risorse di conseguenza vanno trovate non nel monte pensioni, ma in un’attenta politica fiscale. Ma c’è un secondo aspetto che si sottovaluta pericolosamente: procedendo di questo passo in un periodo nel quale l’innovazione ed i cambiamenti del lavoro sono inesorabili, ci troveremo a fare i conti con una base imponibile sul piano contributivo sempre più ridotta, soprattutto se la precarietà occuperà un posto importante nel mercato del lavoro. Ecco perché la strada di spremere sempre e comunque milioni di pensionati è sbagliata e prelude a scenari anche peggiori. La perequazione delle pensioni è solo un atto di giustizia nei confronti di milioni di ex lavoratori che, fino a prova contraria, sono ‘popolo’ anche loro. Invece sembra che nei momenti di difficoltà conti solo il fatto che sono una platea talmente estesa da diventare il bersaglio preferito, quasi scontato, per chi vuole pescare risorse facili e quantitativamente rilevanti. Una umiliazione che i pensionati non meritano”.

 

Quali conseguenze possono esserci?

 

“In primo luogo si crea una grande incertezza nel sistema delicato del Welfare. Non ci sono più certezze, la retroattività viene usata spregiudicatamente, la previdenza integrativa è gravata da una tassazione eccessiva e non diventa quel pilastro della previdenza che doveva essere, mentre non si batte ciglio rispetto al rischio di una guerra fra poveri, si consiglia indirettamente chi lavora ad evitare finché può di andare in pensione, si ricorre alla demagogia per coprire ingiustizie”.

 

Insomma occorre ritrovare la via di una nuova solidarietà?

 

“Certo, occorre finirla di accanirsi sui redditi fissi, quando essi sono sempre meno tutelati, circondati come sono da situazioni di lavoro nero, irregolare, sommerso. La solidarietà ha un senso e non resta una vuota parola se ritorna ad essere un valore collettivo. Mi rifiuto di pensare che con un algoritmo si possa decidere il destino dei lavoratori e degli anziani ed al tempo stesso uscire dai guai”.

 

Ma non è facile imboccare percorsi nuovi con tante difficoltà di ordine economico e sociale…

 

“Bisogna avere il coraggio di guardare oltre la contingenza. Ci sono aree economiche che possono dare molto di più. Ed il fisco può giocare un ruolo importante: penso alla diffusione dei robot in economia, perfino dei droni, un futuro che è già qui. Non penso che vadano esorcizzati, ma non ci vedo nulla di male se si tassano e con quei proventi, che possono essere consistenti, si può costituire un fondo che assecondi talune politiche sociali. Così come altro che timidezze sulla web tax: essa è rivolta a giganti multinazionali che, presi uno per uno, hanno bilanci che talvolta sono superiori a quelli di interi Stati. La web tax potrebbe invece essere concepita come un formidabile strumento per politiche di sviluppo comuni in Europa. Ma si devono tagliare i ponti con la vecchia politica, ossia agire diversamente dal fare la voce grossa con Bruxelles e poi cercare indulgenza senza troppa dignità”.

 

Ma come si potrà determinare una svolta in un contesto politico e sociale che appare bloccato…

 

“La solidarietà può essere parte di un progetto nuovo che sia in grado di rianimare la cultura riformista, può dare più forza al ruolo di corpi intermedi come il sindacato, può rilanciare il messaggio generoso del volontariato serio, ma deve riemergere come un elemento distintivo dell’azione politica e sociale. Altrimenti continueremo ad assistere ad interventi che non solo impoveriscono gli anziani ed i lavoratori, ma provocano più disuguaglianze. Perché anche lo scontro fra poveri o fra generazioni conduce a questo esito”.

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