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Benvenuto: “Donat-Cattin, il suo capolavoro politico fu nell’Autunno caldo”

Carlo Donat-Cattin
Il leader Dc nasceva 100 anni fa, intervista a Giorgio Benvenuto. Succedette a Brodolini e portò all’approvazione lo Statuto dei lavoratori. Un cattolico con un forte spirito sociale
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di Sandro Roazzi

 

“Mi è capitato più volte di vedere Carlo Donat-Cattin trattato come un…eretico della politica. Per me invece era un democristiano convinto dei suoi valori, un cattolico con un forte spirito sociale, frutto anche di una adesione laica alla dottrina sociale della Chiesa”.

 

Giorgio Benvenuto, già leader dei metalmeccanici della Uil e poi Segretario generale della Uil, ricorda così Carlo Donat-Cattin a 100 anni dalla sua nascita.

 

Al Senato, alla presenza del presidente della Repubblica e di Maria Elisabetta Alberti Casellati, presidente del Senato, si è tenuto un ricordo della sua azione politica e sindacale (fu fra i fondatori della Cisl).

Leader della corrente democristiana di Forze Nuove nella quale confluivano sindacalisti ed aclisti, più volte ministro, ha legato il suo nome a due eventi di grande portata come l’autunno caldo e l’approvazione dello Statuto dei diritti dei lavoratori.

Donat-Cattin, infatti, divenne ministro del Lavoro dopo la morte di Giacomo Brodolini e ne proseguì con coerenza l’opera, con gli stessi collaboratori e la stessa determinazione dell’esponente socialista.

 

Eppure le sue posizioni sfidavano non di rado l’ortodossia politica del tempo. Basta pensare a quando, invece di giurare come ministro, si recò nella sede delle Acli per partecipare ad un convegno promosso da Livio Labor…

 

“È vero che aveva una forte personalità che gli era riconosciuta, magari a volte a denti stretti, dai suoi colleghi di partito. Ma ritengo sbagliato focalizzare l’attenzione su questo aspetto, mentre Donat-Cattin ha meriti importanti come quello di aver compreso le novità che giungevano dal mondo del lavoro. Non poteva essere un eretico se non altro perché era agli antipodi da posizioni…confessionali. In realtà fu lui a non accettare quella che considerava una eresia: vale a dire immaginare la Dc come partito di destra. Questa abitudine di etichettare protagonisti del passato, mi spiace dirlo, dipende spesso dalla superficialità con la quale si considera la memoria storica del nostro Paese”.

 

Si disse anche che fu un anticomunista col botto, ostinato…

 

“Io preferisco dire che fu un democristiano convinto. Non era tipo da trincerarsi dietro gli…anti. Basti pensare all’attenzione che prestò ai temi culturali e sociali con i convegni della sua corrente a Saint Vincent, la rivista ‘Settegiorni’ – che era una fucina di idee e di dibattiti di grande livello – il confronto con le Acli di Labor che sostenne nel loro sforzo di far crescere l’autonomia del sociale ma che non seguì, da democristiano vero, nell’avventura politica che sfociò nell’Mpl. Che io ricordi non ha mai avuto complessi di nessun tipo nei confronti del Pci. Sapeva affrontare i suoi interlocutori da pari a pari”.

 

Lo fece anche con la Fiat? Si dice che non corresse buon sangue con   Susanna Agnelli, ad esempio…

 

“Una diceria che non ha riscontro con la realtà a mio parere. Il problema è un altro, ovvero il rapporto fra Donat-Cattin e la Fiat. Non dimentichiamo che si oppose a fare della Cisl a Torino una sorta di sindacato aziendale del colosso torinese. Sapeva che si dovevano fare i conti con gli Agnelli, ma era contrario a logiche di subordinazione come a quelle confessionali, che non a caso lo opposero a Rapelli quando si decise la collocazione della Cisl dopo la scissione dalla Cgil unitaria. Era fatto così. Semmai si oppose alla candidatura nella Dc a Torino di Umberto Agnelli, tanto che il fratello di Gianni fu eletto a Roma. E poi come non ricordare che, nel pieno della vertenza per il rinnovo del contratto dei metalmeccanici nell’autunno del 1969, il ministro Donat-Cattin convocò al ministero del Lavoro per la prima volta Gianni Agnelli, convincendolo a ritirare un provvedimento contro un certo numero di dipendenti Fiat che ci aveva spinto, come Fiom, Fim e Uilm, a bloccare la trattativa…”

 

Il suo ruolo nell’autunno caldo fu rilevante…

 

“Per alcuni versi anche decisivo. Intanto perché nella fase più critica del negoziato per il contratto resistette alle pressioni di Rumor, presidente del Consiglio di allora, che spingeva per far partecipare le Confederazioni alla trattativa. Un atto che avrebbe delegittimato le categorie e che né io, né Trentin, né Macario e Carniti potevamo accettare. Si pensi che alla grande manifestazione di piazza del Popolo dei metalmeccanici le Confederazioni non intervennero dal palco. Donat Cattin in quel momento non ascoltò Rumor, ma chiamo direttamente Aldo Moro, che lo sostenne e lo invitò a continuare con noi. Il sostegno che diede al protagonismo delle categorie, al superamento delle commissioni interne a favore dei delegati e delle assemblee di fabbrica, spiega bene come la pensasse. Lo stesso articolo 28 dello Statuto fa comprendere come intendesse la funzione sindacale, vale a dire che il rispetto dei diritti nei luoghi di lavoro passava attraverso il ruolo delle organizzazioni sindacali”.

 

Perché insisti col dire che fu un vero democristiano?

 

“Intanto perché non si vergognava di dirlo e di esserlo, anche quando il vento tirava contro la Dc. E poi perché il suo capolavoro politico nell’autunno caldo fu proprio quello di distogliere la protesta montante nel Paese dal suo partito, quella Dc considerata il pilastro della conservazione, indirizzandola abilmente invece verso gli imprenditori del tempo, che faticavano a digerire i cambiamenti poderosi in atto ed alcuni proprio non li avevano capiti. Oggi è difficile spiegare un legame ideale fra un protagonista politico o del sindacato con la propria …casa di appartenenza. Siamo in un tempo dove molti di noi sono in realtà…apolidi. Ma allora quel legame c’era ed era forte, ma non impediva di affrontare la realtà, il futuro, le tesi diverse dalle proprie. Un’eredità lasciata cadere, ma che ci ricorda se non altro lo spessore ed il valore di figure come quella di Donat-Cattin”. 

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