Economia Finanza

Bankitalia: “Possibile fare un bilancio per la crescita”

Il Governatore della Banca d'Italia, Ignazio Visco, durante la lettura della Considerazioni Generali e Finali, attorniato dai suoi collaboratori
Il vice direttore generale della Banca d'Italia in commissione Def indica la linea da tenere per favorire la crescita e ridurre il disavanzo: più investimenti e taglio delle tasse su capitale e lavoro
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di Matteo Borrelli

La Banca d’Italia alza il velo sull’andamento dell’economia italiana e sul debito pubblico. Lo fa attraverso l’audizione, Lo fa attraverso il vice direttore generale di Bankitalia, che ha tenuto un’audizione preliminare all’esame del Documento di economia e finanza (Def) davanti alle Commissioni congiunte speciali per l’esame di atti del Governo della Camera dei deputati e del Senato della Repubblica.
Molti gli elementi emersi nell’audizione di Signorini. Qui ci concentriamo sulle reali possibilità di una ricomposizione del bilancio favorevole alla crescita e sulle misure per ridurre il disavanzo pubblico.

Una ricomposizione del bilancio favorevole alla crescita
“È utile – afferma Bankitalia – riflettere sulle possibilità che esistono di realizzare, fermo restando l’aggiustamento dei conti pubblici, una ricomposizione qualitativa del bilancio pubblico che favorisca la crescita, essenziale del resto anch’essa per ridurre il peso del debito. Non va infatti dimenticato che la riduzione del rapporto tra debito e Pil dipende anche dal denominatore. Un ruolo centrale per le prospettive dell’economia può essere svolto dagli investimenti pubblici, in forte calo dal 2010, da selezionare sulla base di rigorose analisi dei costi e dei benefici e da attuare riducendo sprechi e ritardi. Per il loro finanziamento si dovrebbero individuare risorse aggiuntive, anche attraverso l’eliminazione delle spese meno necessarie. La recente integrazione della spending review nelle procedure del bilancio dello Stato – continua Signorini nell’audizione – fornisce uno strumento per agevolare la riallocazione delle risorse. Questa innovazione può essere valorizzata e rafforzata, anche estendendo un simile approccio ad altre amministrazioni pubbliche. Il processo di revisione della spesa dovrebbe condurre a una riconsiderazione periodica delle strategie perseguite e dei costi sostenuti e, in questo modo, limitare gli effetti recessivi che sono invece tipicamente connessi con i tagli lineari. La logica del monitoraggio e della revisione sistematica è stata recentemente estesa anche alle cosiddette ‘spese fiscali’, ossia al complesso delle agevolazioni che non costituiscono elementi essenziali della struttura delle imposte. Risparmi sono possibili anche in questo ambito”.
La Commissione responsabile della redazione del rapporto annuale sulle spese fiscali ha identificato 466 spese fiscali erariali nel 2017.
Per Bankitalia “resta fondamentale il contrasto all’evasione fiscale. I risultati non indifferenti ottenuti negli anni passati potrebbero essere consolidati con misure adeguate, traendo profitto dalle migliori esperienze nazionali e prassi internazionali”.

La riduzione del disavanzo pubblico
Il vice direttore generale di Bankitalia messette in risalto che, “per ridurre davvero il debito pubblico, occorre mantenere un avanzo primario di bilancio di dimensioni adeguate per un periodo sufficientemente lungo. Per fornire un ordine di grandezza, un avanzo primario dell’ordine del 3-4 per cento del Pil il debito si potrebbe ridurre al 100 per cento del prodotto in circa un decennio, sotto certe ipotesi sulla crescita reale, sull’inflazione e sui tassi di interesse. L’Italia realizzò avanzi primari di bilancio ben superiori, dell’ordine del 4,5 per cento del Pil in media tra il 1995 e il 2000. Essi consentirono al nostro Paese di far calare il debito pubblico di 12 punti percentuali in condizioni finanziarie meno favorevoli di quelle attuali. Altri Paesi ad alto debito hanno percorso la stessa strada”.
Ancora, “al 2013 l’incidenza della spesa per interessi si è ridotta ogni anno; essa è oggi al minimo degli ultimi quarant’anni. Anche al termine dell’attuale regime di elevato accomodamento monetario il processo continuerà per qualche tempo, se non perderemo la fiducia dei mercati. Un contributo importante deriva non solo dal livello ancora eccezionalmente basso dei tassi di interesse all’emissione, ma anche dal basso livello del differenziale tra l’onere medio per interessi e il tasso di crescita nominale del prodotto. A legislazione vigente, secondo le previsioni del Def, l’avanzo primario raggiungerebbe il 3,7 per cento nel 2021. Questo risultato sconta una dinamica contenuta della spesa primaria e gli aumenti dell’Iva previsti dallo scattare delle clausole di salvaguardia. Se invece si vuole evitare, o contenere, l’aumento dell’Iva e si è ugualmente determinati a imboccare la strada di una riduzione del debito visibile e significativa, bisognerà ricercare fonti alternative di aumento di entrata o riduzione di spesa. Basta tenere a mente che l’avanzo primario di bilancio, valutato realisticamente ex ante e verificato ex post, resta la bussola che consente di mantenere fermo l’orientamento verso il riequilibrio della finanza pubblica. È a questo orientamento che guardano gli investitori. Se ora esitassimo o tornassimo indietro, resteremmo esposti al rischio di una crisi di fiducia. Se si vuole perseguire una ricomposizione del bilancio che privilegi la crescita sembra preferibile, a parità di entrate, contenere la pressione diretta sul reddito derivante dall’impiego dei fattori produttivi (lavoro e capitale); dal lato delle spese, continuare nel contenimento delle erogazioni primarie correnti, cercando spazi per rilanciare gli investimenti pubblici”.

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Alessandro Pignatelli

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