Economia Politica

Banche e tasse, il cambiamento riguarda solo Robin Hood

Una filiale del gruppo Banca Carige a Genova, in una immagine del 16 novembre 2017. ANSA/LUCA ZENNARO
Dal salvagente per Carige alla flat tax: penalizzati i contribuenti che pagano sempre
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di Antonio Maglie

Ricorrendo al ritornello di una nota canzone di Giorgio Gaber relativamente alle ultime scelte del governo Conte su banche (Carige) e sistema fiscale (la sedicente flat tax per gli autonomi), ci si potrebbe chiedere: “ma cos’è la destra, cos’è la sinistra” o “cos’è il cambiamento, cos’è la conservazione”. La riforma fiscale fa spuntare all’orizzonte la sagoma di Robin Hood, ma con una mission contraria rispetto a quella dell’eroe popolare britannico: qui da noi appare impegnato a togliere ai poveri per dare ai ricchi. E per quanto riguarda la crisi della banca genovese si fa sinceramente fatica a capire in che cosa consista la differenza tra la linea di azione dell’attuale esecutivo (composto da personaggi e forze politiche che urlarono allo scandalo in occasione dei salvataggi degli anni passati) e quella seguita da Matteo Renzi e Pier Carlo Padoan.

La sostanza del decreto approvato lunedì mentre il buio della notte avvolgeva Roma oscurando le telecamere di prima serata, in realtà definisce un intervento dello Stato presentato come ipotetico dagli amministratori dell’istituto di credito; in Italia, però, le ipotesi tendono in campo economico-finanziario a trasformarsi in realtà. In sostanza il governo Conte garantirà i prestiti che Carige chiederà a Banca d’Italia o attraverso i bond. Se l’istituto non dovesse essere in grado di restituire il dovuto, a quel punto interverrà, come un tempo si diceva, Pantalone, cioè la comunità italiana che paga le tasse (quelli che le evadono, evaderanno anche quell’impegno). Se poi la Bce dovesse chiedere un aumento di capitale e i vertici dell’istituto dovessero incontrare delle difficoltà, su loro sollecitazione lo Stato potrebbe intervenire nel capitale. Più o meno quello che è stato fatto per il Monte dei Paschi di Siena.

Matteo Renzi non brilla certo per simpatia ma non gli si può dare torto quando dice che “Salvini e Di Maio non si devono vergognare per quello che hanno fatto ieri sera in dieci minuti ma per quello che hanno detto per anni e anni contro di noi. Si devono vergognare per le offese e per gli insulti”. Anche perché la replica di Salvini per quanto muscolare nei toni (“Mentre Renzi e Boschi i risparmiatori li hanno ignorati e dimenticati, noi siamo intervenuti subito a loro difesa”) è debolissima nella sostanza. Al pari di quella di Di Maio che poi, come da consuetudine pentastellata, preferisce scaricare la responsabilità su qualche altro (“Le banche italiane pagano il prezzo di un sistema di vigilanza della Bce che va dotato di strumenti rafforzati di controllo e di intervento”). Anche perché il vice-premier di Pomigliano solo qualche giorno fa affermava che “sostenere le banche non significa prendere soldi agli italiani”, cioè esattamente il contrario di quel che ci si impegna a fare. Sempre ipoteticamente.

La realtà è che in materia economica, finanziaria e fiscale la linea del governo appare ondivaga. Conseguenza probabilmente di un contratto di governo così generico nei contenuti teorici da assumere contorni contraddittori nella pratica. Il tutto accentuato dal fatto che non c’è grande sintonia tra i due soci (più che alleati) sulla visione di società e di Paese. Conseguenza? Un continuo braccio di ferro in cui sembra normalmente prevalere il protagonista più allenato politicamente e più abile tatticamente, cioè la Lega. La mini-riforma fiscale (absit iniuria verbis), ad esempio, sembra fare decisamente a pugni con la logica che dovrebbe sovrintendere all’idea di un reddito di cittadinanza finalizzato anche a correggere una distribuzione della ricchezza diventata talmente diseguale nell’ultimo decennio da aver ampliato l’area della povertà spingendo verso quella soglia fasce sempre più consistenti di ceto medio.

Già la flat tax è di per sé una scelta in aperta contraddizione con una più equa redistribuzione della ricchezza. Chi si pone l’obiettivo di accorciare le distanze tra chi è in alto e chi è in basso dovrebbe puntare a ricostruire le ragioni della progressività che in questi decenni di liberismo trionfante sono state sabotate a favore dei più ricchi. Inoltre, dato che siamo un Paese ad alta evasione e l’imposizione diretta finisce per essere onorata totalmente solo dai soggetti con ritenuta alla fonte, bisognerebbe sforzarsi di andare a cercare la ricchezza dove è effettivamente presente. A livello patrimoniale gli italiani sono messi benino (oltre undicimila miliardi allocati in varia maniera) solo che qualsiasi accenno a una imposta che parta da questa considerazione viene vissuta come un’insopportabile bestemmia. Eppure è stato calcolato che un intervento, semmai straordinario, sui patrimoni solo finanziari superiori ai 500 mila euro (quindi non i piccoli risparmiatori) garantirebbe con una aliquota bassa (2 o 3 per cento) un gettito di 25-30 miliardi (il contenuto di robusta manovra finanziaria). Interventi consigliati addirittura dal Fondo monetario internazionale.

Invece, si preferisce una riforma che penalizza chi le tasse le paga sino all’ultimo centesimo. Come ha scritto Sandro Roazzi ieri sulla base di uno studio della Uil, con 25 mila euro lordi un lavoratore autonomo avrà un guadagno (sotto forma di minore imposta versata) di 1.192 euro rispetto a uno subordinato; a 30 mila euro lordi si sale a 2.968 euro, a 45 mila si vola 7.289; con l’aliquota al 20 per cento, per i redditi da 85 mila il risparmio va da 6.229 a 15.600 euro. I commercialisti hanno segnalato come un reddito lordo da 40 mila euro con il sistema fiscale venuto fuori da questa legge di bilancio al netto si riduca a 25.992 per un dipendente, a 27.899 per un pensionato salendo a 31.240 per un professionista e a 28.820 per un autonomo.

Quella che emerge è una strana idea di equità fiscale. E anche di cambiamento. In Italia 35.650.000 contribuenti sono lavoratori dipendenti o pensionati. Stando alla “relazione sull’economia non osservata e sull’evasione fiscale” che ha accompagnato l’ultima nota aggiuntiva al Def (documento di economia e finanza), quel corposo gruppo di connazionali ha versato poco meno di 144 miliardi e mezzo di Irpef, più o meno l’82 per cento del totale (180 miliardi). Dagli autonomi sono arrivati 35 miliardi e mezzo. Questi ultimi, stando sempre a quelle stime (gettito 2016), hanno evaso 34 miliardi di Irpef, cioè il 68 per cento dell’imposta potenziale, il 2 per cento del Pil. Ultimo dettaglio: gli esperti sostengono che la famosa flat tax unita alla fatturazione elettronica potrebbe stimolare l’area dell’evasione. Complimenti per l’equità della riforma.

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