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Attenzione, la Cina ha i denti aguzzi. C’è già chi c’è passato

Il presidente cinese Xi Jinping vestito da militare
Il ‘Bri’. Non è, come dice Xi Jinping, “un regalo di saggezza”, ma un ottimo affare solo per le aziende cinesi. Ecco i dati. Il ‘Bri’ come il Piano Marshall? Speriamo di no, se il modello da seguire è quello della negazione delle libertà. Il ‘Bri’ non è, come dice Xi Jinping, il “regalo al mondo della saggezza cinese”. Ecco chi ha già assaggiato questa saggezza. Conte sarà pure l’avvocato del popolo ma stia attento, dall’altra parte del tavolo non ha un’associazione benefica
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di Antonio Maglie

 

Giulio Terzi di Sant’Agata, diplomatico e ministro degli esteri nel governo Monti, ha scritto qualche tempo fa in un articolo pubblicato sul sito Geopolitica.info: “C’è troppo spesso ansia di dimostrare di essere primi nel cogliere facili opportunità in mercati estremamente complessi e in paesi dove le regole del mercato, rispetto degli investitori stranieri, parità di trattamento e reciprocità passano sempre dopo, molto dopo le priorità di un interesse nazionale interpretato in chiave marcatamente ideologica, nazionalista e persino militarista”.

 

L’oggetto dell’analisi era, ovviamente, il ‘memorandum’ con la Cina che l’Italia si dichiara pronta a firmare in occasione della visita (dal 22 al 24 marzo) del presidente Xi Jinping. Il vero rischio è la ‘sindrome di Pierino’ anche perché altri, non solo in Europa, ne sono stati contagiati e, in alcuni casi, ne hanno fatto le spese.

 

Una cosa è certa: l’Italia si prepara a giocare una partita inserita in un contesto politico complicato e la squadra guidata da Giuseppe Conte e dai dioscuri (Di Maio e Salvini) rischia di fare la figura di quelle formazioni di basket che pensano di poter dominare sotto i tabelloni con giocatori da un metro e ottanta, mentre gli avversari presentano ‘centri’ da due metri e quindici abbondanti.

 

Il ‘Bri’, cioè il ‘Belt and Road Initiative’ (o anche ‘One Belt One Road’) al di là del fatto che in noi italiani evoca i ricordi dei viaggi di Marco Polo e della sua via della seta, mette sul piatto teoricamente tanti soldi, tanti investimenti, tanti progetti.

Una rete di infrastrutture (sei corridoi stradali e due marittimi) che dovrebbe attivare investimenti per mille miliardi di dollari coinvolgendo una settantina di Paesi (il 65 per cento del Pil mondiale) e 4 miliardi e mezzo di persone. Poeticamente Xi l’ha definita “il regalo della saggezza cinese allo sviluppo del mondo”.

 

Qualcuno, anche in Occidente, è andato oltre definendo il Bri il Piano Marshall del terzo millennio.

Ovviamente non è così. E se lo fosse (soprattutto se tale dovessero considerarlo i nostri esponenti di governo), dovremmo preoccuparci. Perché il Piano Marshall, al di là del sostegno economico che consentì all’Europa (e anche all’Italia) di suturare in tempi rapidi le ferite della guerra promuovendo uno sviluppo che sarebbe diventato travolgente alla fine degli anni Cinquanta, proponeva gli Stati Uniti come ‘modello’, politico, economico e sociale.

 Era il veicolo con il quale il ‘nuovo mondo’ trasferiva nel ‘vecchio’ l‘American way of life’: ceto medio numeroso e benestante, facile accesso ai consumi inseriti in un contesto di libertà illuministiche.

 

La Cina con tutto questo non ha proprio nulla a che vedere perché a Pechino di libertà ve ne è veramente poca: quella di espressione è vietata e pesantemente sanzionata, i dissidenti perseguitati, la pena di morte attiva, gli incrementi di produttività realizzati anche grazie a una forte compressione dei diritti dei lavoratori, il conflitto economico abolito, l’autonomia sindacale negata.

 

Il presidente del Consiglio difende le sue scelte e spiega che il ‘Memorandum’ non è un trattato: ha scadenza quinquennale e non impone obblighi.

 

Resta, però, un atto politico. Di grande rilevanza per la Cina e di discreta pericolosità per l’Italia.

 

È evidente che il ‘Bri’ è uno strumento di politica estera, esattamente come lo fu il Piano Marshall che pose le basi per l’alleanza occidentale. Ed è anche abbastanza evidente che il gioco riguarda equilibri che erano rimasti indefiniti dopo la caduta del Muro di Berlino.

Perché all’epoca finì una storia e ne cominciò un’altra, che arriva a maturazione adesso sotto forma di strana ‘alleanza’ tra Mosca e Pechino finalizzata al ridimensionamento dell’egemonia americana, che sembrava essere uscita rafforzata nei secoli dei secoli dopo il crollo del comunismo.

 

Un’ alleanza che si alimenta con manovre militari come il Joint Sea 2017 tra Kalinigrad e il mar del Giappone, o come il  Vortok 2018, ‘war game’ che ha coinvolto duecentonovantamila uomini.

Non mancano gli accordi economici come quello tra Gazprom e China national petroleum, che entro la fine del 2019 porterà a Pechino e dintorni 38 miliardi di metri cubi di gas liquefatto.

 

Sarà per questo che nel 2017 il National security strategy statunitense ha indicato nella Cina “il rivale strategico”.

il documento, infatti, Pechino e Mosca sfidano “il potere, gli interessi e l’influenza americani per eroderne la prosperità e la ricchezza”.

 

Il documento non andava per il sottile, accusando il colosso asiatico di usare “metodi economici predatori per intimorire i propri vicini, militarizzando il mar cinese meridionale”. Riferimento alle isole rivendicate da Filippine, Vietnam e altri Paesi dell’area.

 

Il nervosismo americano e gli avvertimenti all’Italia nascono da questo. Il Memorandum aprirebbe una crepa soprattutto politica, consentendo alla Cina di arruolare ‘ufficialmente’ sotto la bandiera del ‘Bri’ uno dei paesi membri del G7.

 

E tutto questo nel momento in cui è forte la polemica su Huawei, il 5G e i rischi per la sicurezza: gli Usa hanno bandito i prodotti dell’azienda cinese, Australia e Nuova Zelanda l’hanno esclusa dalla realizzazione delle reti. In Polonia, invece, un dipendente è stato arrestato con l’accusa di spionaggio.

 

Eppure Varsavia fa parte di quel gruppo chiamato 16+1, che partecipa sistematicamente alle riunioni del ‘Bri’. Tutti Paesi europei: Albania, Bosnia, Bulgaria, Croazia, Repubblica Ceca, Estonia, Ungheria, Lettonia, Lituania, Macedonia, Montenegro, Polonia, Romania, Serbia, Slovacchia e Slovenia.

La ‘sindrome di Pierino’ ha contagiato alcuni di loro, provocando crepe nel gruppo.

Gli investimenti vengono finanziati dall’Aiib (Asian investment infrastructure bank) di cui l’Italia è socia (2,57 per cento del capitale) e dal Silk Road Fund. E qui intervengono i “metodi predatori”.

 

Nel sud del Pacifico, a Vanuatu, la Cina ha finanziato la costruzione di un porto con un prestito venticinquennale che verrebbe annullato se il debitore saltasse il rimborso anche di una sola rata.

Lo Sri Lanka si è visto sottrarre il porto di Hambatota insieme a un’area di 69 chilometri quadrati. Il nuovo Piano Marshall, più che rafforzare, indebolisce le economie già deboli.

 

Il think tank ‘Global development’ in uno suo studio ha raccontato come in meno di due anni il debito pubblico del Laos, del Kirgyzstan, delle Maldive, del Montenegro, di Gibuti, del Tagjikistan, della Mongolia e del Pakistan sia passato rispettivamente dal 50 al 70 per cento, dal 23 al 74, dal 39 al 75, dal 10 al 42, dall’80 al 95, dal 55 all’80, dal 40 al 58 e dal 12 al 48.

Anche per questo nazioni come Nepal e Myanmar si sono smarcate e la Malaysia ha sospeso progetti per 23 miliardi.

 

La Cina che aderisce agli accordi ambientali poi in Pakistan finanzia la costruzione di diverse centrali a carbone. Il ‘Bri’ sarà pure un regalo di saggezza, ma è soprattutto un ottimo affare per le aziende cinesi: analizzando i progetti realizzati in 69 Paesi è emerso che quelli finanziati da Pechino sono stati affidati per l’89 per cento a imprese nazionali.

 

 

Ma ci sono anche le contropartite politiche

 

La Repubblica Ceca, quando nel 2016 Xi fece visita a Praga, si premurò di impedire una manifestazione sul Tibet.

 

Il porto del Pireo, da quando è per il 67 per cento dei cinesi, ha avuto una crescita del 300 per cento. Il governo di Atene si è sdebitato un paio di anni fa favorendo l’annacquamento di una dichiarazione europea sulla violazione dei diritti umani.

 

L’Ungheria a sua volta ha agevolato l’edulcorazione tre anni fa di una presa di posizione sulle isole contese.

 

La stessa Italia, dopo aver chiesto un coordinamento per controllare gli investimenti esteri, ha lavorato per ammorbidire il regolamento.

 

L’Europa, d’altro canto, su questo tavolo è stata come sempre assente e ogni membro ha fatto i propri interessi: la Germania ha incamerato 90 miliardi dall’export contro i 13 dell’Italia (e i 20 della Francia). D’altro canto l’Ue nel suo complesso esporta 198 miliardi di merci (ma ne importa 375).

La Cina è vicina ma è anche molto potente, con il suo Pil pari a sei volte quello italiano. Conte sarà pure l’avvocato del popolo, ma questa volta dovrà fare attenzione perché dall’altra parte del tavolo non c’è un’organizzazione benefica.

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