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Attenti a quell’intervista, su deficit e tassi niente illusioni

L'Eurotower a Francoforte
L’intervista alla signora Sabine Lautenschläger, membro (tedesco) del comitato esecutivo della Bce e vice presidente del consiglio di sorveglianza della stessa Bce. che pubblichiamo a parte, dice molte cose. E le dice non solo per le risposte date dalla Lautenschläger, ma anche per le domande rivoltele dalla giornalista della tv tedesca. La Germania si addolcisce? No, anzi...
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di Giuseppe Castellini

 

L’intervista alla signora Sabine Lautenschläger, membro (tedesco) del comitato esecutivo della Bce e vice presidente del consiglio di sorveglianza della stessa Bce, che pubblichiamo alle pagine 6-7, immediatamente precedenti a questa, dice molte cose. E le dice non solo per le risposte date dalla Lautenschläger, ma anche per le domande rivoltele dalla giornalista della tv tedesca.

La pubblichiamo, infatti, perché dall’intervista emerge quella che abbiamo definito, nel titolare l’intervista, “l’altra faccia della Germania”.

 

Il primo elemento

 

L’intervistatrice, nella sostanza, si fa portatrice della richiesta dei risparmiatori tedeschi perché la Bce aumenti i tassi di interesse, perché con i tassi attuali, bassissimi, non guadagnano nulla. E non guadagnano nulla soprattutto i Fondi tedeschi che pagano una parte delle pensioni ai lavoratori teutonici andati a riposo. Insomma, dietro la richiesta di cui fa portatrice – vivace e insistente – la giornalista televisiva ci sono interessi importanti, diffusi e corposi.

 

Il secondo elemento

 

L’altro elemento che emerge è che l’intervistatrice fa presente come il giudizio “non positivo” sull’euro, in base all’ultimo sondaggio svolto dalla Commissione europea, nel 2018 coinvolga il 30% dei cittadini tedeschi, in deciso aumento dal 24% del 2017. E dal contesto è chiaro che la giornalista lega questo aumento alla lesione degli interessi di chi vorrebbe un rialzo dei tassi. Non solo, ma abilmente infila nelle domande i casi dei deficit di Italia e Francia, facendo capire che l’altro versante per cui il 30% dei tedeschi dà un giudizio “non positivo” sull’euro è la scarsa affidabilità di alcuni partner, Italia in testa e in subordine la Francia, con cui è condivisa la moneta unica. E, per non farsi mancare nulla su questi versanti, l’intervistatrice ricorda come il partito di estrema destra tedesco, AfD, molto cresciuto, abbia iniziato la sua avventura politica proprio sventolando il vessillo anti euro, per poi passare alla più fruttuosa campagna (in chiave elettorale) anti migranti. Ma, rileva malignamente sempre la giornalista televisiva ponendo la domanda alla Lautenschläger, “ha paura che anche in Germania una posizione anti-euro possa essere riscoperta dall’AfD?”.

Più che una domanda, un avvertimento: se la Bce non alzerà i tassi e se i partner monetari della Germania non seguiranno le regole dell’Eurozona sul deficit di bilancio, l’estrema destra crescerà ancora di più.

 

Le risposte della Lautenschläger

 

Il membro del board Bce, come detto tedesca anche lei, risponde abilmente difendendo a spada tratta l’euro, affermando che è stato utilissimo per le imprese e ha agevolato anche la libera circolazione delle persone, e sostenendo che grazie all’euro la Germania è diventata quello che sognava di essere: un Paese la cui economia è trainata dalle esportazioni. Ma, benché usi molta diplomazia e tolga alla giornalista – e a gli interessi di cui si fa portavoce – la speranza che nel beve periodo la Bce aumenti i tassi pur comprendendo le regioni dei risparmiatori tedeschi (e dei potenti Fondi pensione), si capisce che se fosse per lei lo avrebbe già fatto (augurandosi peraltro che sia possibile farlo già nel corso del 2019, se i dati sull’inflazione lo permetteranno). Quanto alle regole sul deficit, vanno applicate punto e basta. E qui traspare una qualche forma di comprensione che invece l’esponente della Bce non mostra verso l’Italia.

 

Conclusioni

 

Le domande poste e le risposte della Lautenschläger presentano dunque, in modo chiaro come forse non è noto in Italia, la posizione tedesca. E si prestano ad alcune valutazioni.

 

  • Il Governo tedesco, presente e futuro, al di là di come andranno le elezioni europee non cambierà la propria posizione sulle regole relative ai deficit di bilancio e non aumenterà il grado di condivisione delle politiche macroeconomiche, monetarie e di maggiore democrazia (leggi unione bancaria, aumento dei poteri del Parlamento europeo, ‘golden rule’ per cui una certa dose di spese di investimento non viene conteggiata ai fini del deficit, eurobond e così via). Lo inizierà a fare, forse, quando tutti i Paesi dell’Eurozona mostreranno bilanci pubblici sani, ossia avranno un percorso di riduzione del debito pubblico certo e accelerato. Quindi, togliamoci le illusioni di dosso su un cambio di passo della Germania.

 

  • Il Governo tedesco aumenterà la pressione sulla Bce perché aumenti i tassi di interesse. E qui emerge tutta la grandezza di Mario Draghi, che abilmente in questi anni è riuscito ad impostare una politica monetaria espansiva, inimmaginabile con il suo predecessore Trichet, facendo digerire ai tedeschi – che hanno sempre mostrato la loro contrarietà – cose per loro indigeribili, a cominciare da Quantitative Easing, che ha salvato l’Europa da una recessione ancora più grave e forse anche da grossi disordini sociali. Ma Draghi a novembre lascerà e i tedeschi nono decisi a far cambiare la musica. Insomma, la politica del denaro a buon mercato sta davvero finendo. E c’è da dire che l’Italia ha sprecato questa occasione alla grande, usando i grossi spazi aperti nel bilancio dalla riduzione del crollo dei tassi per aumentare la spesa corrente e addirittura riducendo all’1,9% del Pil gli investimenti (che prima della recessione erano al 3% del Pil). Un falò delle vanità elettorali e di consenso a breve, facendo andare il Paese alla deriva, segando l’albero su cui si è seduti.

 

  • L’Italia, in un tale quadro, farebbe bene a non sperare nel famoso ‘Stellone’ (che c’è stato, è vero, ma quando c’era la Guerra Fredda e l’Occidente non poteva perdere l’Italia, consegnandola ai comunisti). E nemmeno in una ‘stellina’. La fragilità del Paese sui mercati – ossia verso i nostri creditori – è di tutta evidenza, come ha dimostrato (ma non c’era davvero bisogno di un’ulteriore dimostrazione) il fatto che, appena i mercati hanno ‘starnutito’ per la riduzione dei profitti attesa da un gigante come Apple, lo spread tricolore s’è impennato di quasi 20 punti in un giorno.

 

  • E allora? Allora bisogna essere realisti, come già detto su questa colonne. Occorre non suicidarsi e non ‘suicidare’ soprattutto i nostri figli. Il nostro resta un grande Paese industriale, è un Paese comunque ricco (la ricchezza privata totale sfiora 10mila miliardi di euro, di cui circa la metà è ricchezza finanziaria, a fronte di debiti privati di appena 900miliardi di euro, con un rapporto ricchezza/debito privato che forse è il migliore al mondo e certamente tra i migliori). Occorre fare una scelta dolorosa ma netta, per non rischiare di crollare. Andare a pareggio con il bilancio cosiddetto ‘corrente’ e chiedere un 2% di deficit temporaneo in flessibilità per gli investimenti pubblici. Scegliendo, però, quelli più adatti ad aumentare la base di crescita potenziale e non quelli il cui effetto è solo un fuoco di breve periodo. Altrimenti sarebbe un altro falò delle vanità.

Come fare, conti alla mano, lo abbiamo già presentato su queste colonne. Ma forse sarà il caso di tornarci.

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