Esteri

Asia Bibi, come Sacco e Vanzetti

Da 9 anni in carcere da innocente per la legge sulla blasfemia: l’unica speranza è la fuga dal Pakistan
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di Gian Francesco Romano

Alfred Dreyfus, Sacco e Vanzetti e oggi Asia Bibi. Ogni epoca sembra avere il suo caso giudiziario simbolo, l’emblema che rappresenta l’arroganza spietata di chi, in posizione dominan8te, vuole solo l’annientamento del proprio nemico: ieri erano un povero ufficiale ebreo o degli anarchici immigrati, oggi lo è una donna cristiana nel Pakistan ancora vittima del fondamentalismo.
Non si è avuto il tempo di rallegrarsi per un’assoluzione che sembrava aver semplicemente ristabilito il primato della razionalità sulla follia, che subito i più oscuri presagi di rappresaglia e di in-giustizia sommaria hanno ripreso forma. Tant’è che ora Asia Bibi deve restare in carcere, stavolta per il suo stesso bene, perché all’esterno del carcere avrebbe i minuti contati.

Storia di un’ingiustizia
La donna ha già speso gli ultimi 9 dei suoi 48 anni in carcere e la sua storia è ormai sinonimo universale di discriminazione oltre ogni misura. Nel giugno del 2009, mentre era nei campi a lavorare, presso Ittanwali, suo paese natale, nella Provincia del Punjab, ha avuto la pretesa di bere alla stessa fonte a cui bevevano anche altre donne musulmane. Neanche a dirlo, di fronte a un simile oltraggio, quest’ultime si sono per così dire “risentite”. E già questo basterebbe a rendere l’idea del clima di discriminazione sperimentato da tanti cristiani – ma anche da altre minoranze – in molte parti del Pakistan.
Ma siamo solo all’inizio: perché nel diverbio che segue, secondo le donne musulmane Asia Bibi avrebbe offeso il profeta dell’Islam, Maometto, e pertanto meritava di essere punita, secondo la famigerata “legge sulla blasfemia”. Così è stato: arrestata dopo diversi giorni dal fatto, inizialmente senza nemmeno ricevere una formulazione chiara del capo d’accusa, è stata condannata a morte, pur se gli unici elementi contro di lei sono le parole – confuse e fra loro contrastanti – delle sue accusatrici.

La legge sulla blasfemia
Ma questo è il naturale frutto di quella perversione giuridica che è la legge sulla blasfemia. Una legge che venne introdotta nel 1986 durante la dittatura di Muhammad Zia ul Haq per compiacere le frange islamiche più estremiste, all’epoca già in ascesa, e che comporta praticamente un verdetto di condanna già al semplice atto d’accusa: perché per la sua formulazione vaga e onnicomprensiva favorisce ogni sorta di abuso e di fatto una volta che qualcuno è accusato di aver bestemmiato è macchiato per sempre. Sempre potrà esserci qualche “zelante” desideroso di castigare il reprobo e si può star certi che in quei casi le autorità saranno comprensive e indulgenti. Mentre per chi è accusato di bestemmia le opzioni di pena vanno dall’ergastolo alla morte…
Così ora la vicenda di Asia Bibi è terribilmente complicata. Assolta da tutte le accuse, non può tornare libera perché verrebbe fatta a pezzi in poco tempo dalle migliaia di persone che subito dopo la sentenza sono scese in piazza a protestare e a scandire minacce contro di lei e contro i giudici della Corte Suprema – l’ultima istanza del diritto pakistano e l’unica che ha avuto il coraggio di andare contro il volere dei fondamentalisti.

Fede e riflettori
Finora a mantenere in vita la povera contadina sono state due cose: la sua strenua fede cristiana, più volte manifestata negli anni in carcere e ribadita anche quando il giudice di primo grado le promise l’assoluzione in caso di conversione; e poi l’attenzione internazionale sulla sua vicenda, portata avanti da vari media, organizzazioni e gruppi di pressione cristiani e per i diritti umani. Eppure oggi la troppa attenzione internazionale è divenuta essa stessa parte del problema, perché agli occhi dei radicali islamici ormai il suo è un caso lampante di blasfemia che l’Occidente intende coprire per assestare l’ennesimo schiaffo all’Islam. Un ritorno a più miti consigli, in certi ambienti, è purtroppo impensabile ora, e le proteste di questi giorni ne sono la prova più chiara.
Lo stesso Imran Khan, il neo-premier pakistano, che ha preso coraggiosamente le parti dei giudici – ha definito gli aizzatori delle proteste “criminali che non servono l’Islam e che perseguono solo fini politici” – ha poi dovuto con concretezza stabilire un accordo con il principale partito dei rivoltosi, il “Tehreek-e-Labbaik Pakistan” (TLP) per riportare l’ordine nelle strade, offrendo come controparte il nulla osta alla richiesta di revisione della sentenza avanzata dal TLP e l’inserimento di Asia Bibi nella lista delle persone che non possono lasciare il Paese.

La speranza in una fuga
Una rapida fuga era e resta, infatti, la migliore delle opzioni per Asia Bibi e per la sua intera famiglia, che certo non potrebbero sperare di condurre una vita normale in Pakistan. Perché quanti hanno provato a difenderla o a mettere in discussione la legge sulla blasfemia, o sono andati incontro alla morte, come il musulmano Salman Taseer, Governatore del Punjab, e il cattolico Shabaz Bhatti, Ministro federale delle minoranze, oppure sono dovuti scappare, come gli avvocati di Asia Bibi, Sardar Mushtaq Gill, cristiano, e Saif-ul-Mulook, musulmano – che comunque l’ha condotta fino alla vittoria processuale.
Nel Pakistan dove la storia di Asia Bibi è solo una delle tante storie di ordinaria discriminazione, e finora nemmeno tra le peggiori – nel 2014 due coniugi cristiani vennero gettati vivi in una fornace, sempre con la falsa accusa di aver bestemmiato – la speranza resta appesa all’intensa mobilitazione diplomatica. Diverse organizzazioni e governi, tra cui quello italiano, si sono attivati per assicurare una sorta di salvacondotto umanitario alla donna e ai suoi familiari. L’importante è che si operi il più possibile “a fari spenti”. Per Dreyfus, Sacco e Vanzetti, nonostante i tanti e nobili tentativi, la storia ha scritto epiloghi amari: l’esilio in un caso, l’esecuzione nell’altro. Per Asia Bibi c’è ancora la possibilità di augurarsi un finale diverso.

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