Politica

Arresti in Umbria, la fine del socialismo appenninico

La presidente della Regione Umbria, Catiuscia Marini
Quello che qualcuno, anni fa, definì – impropriamente – il modello del socialismo appenninico era moribondo e ora forse è morto del tutto. Per ‘socialismo appenninico’ si intende quel modello di sviluppo economico e sociale che comprende, con tratti per certi versi similari ma anche con tratti diversi – l’Umbria e le Marche.
Web Hosting

di Matteo Borrelli

Fatto di intervento pubblico pesante, di pubblico impiego corposo (un presidente dell’Umbria, Bracalente, dopo che tra il 1995 e il 2000 lanciò il progetto di ‘Regione leggera’ non fu, non casualmente, ricandidato dal Pds – o Ds – per il secondo mandato), di imprese la cui dimensione media è minore di quella già molto bassa della media nazionale e quindi poco innovative, di buoni servizi sociali. E di associazioni ‘cinghie di trasmissione’, anche se il collante negli ultimi 15 anni si è di molto sfaldato.
E politicamente un’area orientata a sinistra, molto più l’Umbria che le Marche per la verità.

Realtà, quella di Umbria e Marche, che in verità hanno solo tratti in comune. Perché l’Umbria, delle caratteristiche di quello che si intende – o meglio, si intendeva – per ‘socialismo appenninico’, ne ha avuto – e in parte ne ha – una dose ben più massiccia rispetto alle Marche. Sia economicamente, sia politicamente.
Prova ne sia che l’Umbria – con Toscana ed Emilia Romagna – faceva parte delle ‘regioni rose’, le Marche no. Anche se dopo Tangentopoli sono diventate, se non rosse, almeno rossastre.

Il modello, sia in Umbria che nelle Marche, cominciò a scricchiolare all’inizio degli anni Novanta, ma poi la ricostruzione post-terremoto 1997 coprì i campanelli d’allarme. Che, soprattutto in Umbria – meno nelle Marche – erano bassa produttività totale dei fattori (nei servizi il 30% in meno della media nazionale), troppa spesa in dipendenti pubblici, basse prospettive occupazionali per i più istruiti nelle aziende private mediamente troppo piccole, sistema economico posizionato in prevalenza verso i settori nella fascia a medio-basso valore aggiunto, per lo più subcommittenti delle imprese del Nord, con bassa propensione all’export e quindi al protagonismo sui mercati aperti.

È le università? Poco più che un orpello buono per aumentare i consumi, ma per nulla collegate alla realtà regionale in termini di spinta a uno sviluppo di qualità. E anche lì con incarichi dove talvolta cambiano i nomi, ma non i cognomi.

La grande recessione, dopo la ‘droga’ – economicamente parlando – della ricostruzione, ha mostrato la gracilità di questo assetto. Tutto è venuto giù. Basti pensare che l’Umbria, che nel 2000 – in piena ricostruzione – aveva un Pil per abitante pari al 99,5% della media nazionale, nel 2017 è sotto l’83%. Ossia ha perso 17 punti rispetto a una media nazionale che, in questi 17 anni, peraltro è andata male (l’Italia da 2000 di fatto non cresce più). E nel confronto con il Pil pro capite del Centronord il divario è diventato un abisso. Uno tsunami economico e, quindi, sociale.

L’effetto anno dopo anno, complice anche uno scadimento del ceto politico di governo e dei partiti di governo, è stato che nel 2014 il centrosinistra ha perso prima il Comune di Perugia (e appare destinato, stando al clima che si percepisce, a perderlo alla grande anche nelle elezioni comunali del prossimo maggio), poi ha vinto la Regione per un soffio (42% contro 39% del centrodestra), quindi ha inanellato sconfitte continue in molti comuni, poi ha perso anche Terni – dove il Pd, piagato da un’inchiesta giudiziaria che portò anche ad arresti, ha ottenuto appena il 12% – fino ad arrivare alle elezioni politiche dello scorso marzo, quando il centrosinistra ha perso sonoramente tutti e cinque i collegi maggioritari. E nelle Marche il 4 marzo 2018 hanno avuto quattordici seggi il Movimento 5 stelle, solo tre il Partito democratico, quattro la Lega re tre Forza Italia. Dati eloquenti.

Quanto ai due presidenti di Regione, fanno a gara nell’impopolarità, scendendo a filo di piombo di rilevazione in rilevazione. L’ultima Governance poll, pubblicata come ogni anno dal Sole 24 Ore e che misura il gradimento dei presidenti di regione, assegna il terzultimo posto alla presidente dell’Umbria, Catiuscia Marini, e il penultimo a quello delle Marche, Luca Ceriscioli. Con tutta l’aria di un trionfo del centrodestra in Umbria alle regionali del 2020 (i sondaggi lo accreditano al 46%, contro il 26-27% del centrosinistra).

Non è servito, almeno in Umbria, badare un po’ di più alla comunicazione, fino ad arrivare all’assurdità di fare un bando di informazione sui fondi europei riservato alle radio (chissà poi perché un mezzo che, dappertutto in Italia, non è tra i più considerati per questo tipo di comunicazione e che anche in Umbria ha livelli di ascolti molto più bassi rispetto alle tv), ben dotato finanziariamente (circa 110 mila euro), con il tempo per presentare la domanda strettamente necessario, dove si è presentata una sola radio – peraltro neppure la più seguita – che quindi ha necessariamente vinto. Dividendo la cifra per le trasmissioni che deve effettuare, incassa circa 4mila 400 euro a trasmissione – con puntate piuttosto brevi – dove protagonisti sono soprattutto i dirigenti regionali dei vari settori. Cifre a puntata che, per chi è del mestiere, fanno strabuzzare gli occhi. Ma tant’è, tutto formalmente regolare, non c’è che dire. E poi sono fondi europei.

Ma l’Umbria potrebbe andare a votare anche prima. Dipenderà dagli sviluppi dell’inchiesta su uno – o più – concorsi in sanità condotta dalla Procura di Perugia e che ha portato agli arresti del segretario regionale del Pd e già sottosegretario agli Interni nei governi Letta-Renzi-Gentiloni, Gianpiero Bocci, dell’assessore regionale alla Sanità Luca Barberini, del direttore generale dell’Azienda ospedaliera di Perugia, Emilio Duca. Indagati vari dirigenti della sanità umbra, tra cui il direttore amministrativo dell’Azienda ospedaliera, Maurizio Valorosi, e il supermanager della sanità umbra, Walter Orlandi. Oltre alla presidente della Regione, Marini, che ha subito anche perquisizioni sia in ufficio che nella propria abitazione.

Una ‘bomba’ sul Pd da cui esiti dipenderà la prosecuzione o meno della legislatura regionale.
Una cosa è certa: il modello del ‘socialismo appenninico’ è finito. Solo che era morto già da anni, ma non lo sapeva.

Informazioni sull'autore

ncn

Sfoglia Gratis l’edizione di oggi:

ULTIMA EDIZIONE NCN

on-line tutti i giorni tranne il lunedì

manifesto


Web Hosting